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Il pensiero di annunciare Cristo deve diventare un canto nell'anima ...
(P. Giuseppe Maria)

 

Come annunciarlo?

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                3. Introduzione alla Lectio divina: "Lettura" come "Ascolto"
(sintesi liberamente tratta da
: Innocenzo Gargano, Introduccion a la "Lectio Divina",
ediciones paulinas,
Scribd, traduzione a nostra cura)

Come entrare in questa lettura? Abbiamo capito che la relazione che deve essere stabilita con il libro delle Sacre Scritture è una relazione tra amante e amato, e solo all'interno di questo mondo di amore possiamo pensare di penetrare il significato nascosto delle Sacre Scritture.
Come prepararci concretamente a questa relazione d'amore? Con una
"lettura della Parola di Dio", dove dobbiamo sostituire il termine "lettura" con l’espressione "ascolto": ascolto della Parola di Dio. 
Ora, per ascoltare, dobbiamo creare un clima di silenzio e solitudine che ci permetta di percepire il "sussurro" di ciò che abbiamo letto poco prima. Dobbiamo in qualche modo rivivere l'esperienza di Elia che deve "accordare" il suo orecchio per scoprire il Signore in una voce tenue di vento (1Re 19,9-14). In questo modo ci prepariamo ad ascoltare. Dobbiamo arrivare ad affinare le nostre capacità uditive a tal punto da poter percepire anche gli ultrasuoni della Parola di Dio.

4. Introduzione alla Lectio divina: Il presupposto della fede

10. Introduzione alla Lectio divina: Studiare la Scrittura con fedeltà e umiltà
              (sintesi liberamente tratta da: Innocenzo Gargano, Introduccion a la "Lectio Divina", ediciones paulinas,
                                                                      Scribd, traduzione a nostra cura)

Studiare la lettera delle Sacre Scritture. Non con una corsa affrettata attraverso scorciatoie al "godimento" spirituale, come se scoprire il significato letterale delle Sacre Scritture non fosse già un sostentamento per l'anima,  saper  come usare gli strumenti che servono a comprendere il significato letterale delle Sacre Scritture. Accettare con umiltà ciò che è necessario per imparare l'ABC,  per essere in grado di leggere e capire il significato di un testo: questo è un impegno  spirituale, è obbedire alla parola di Dio. La fedeltà nel perseguire questo significato letterale della parola di Dio è una delle costanti necessarie all'autentica lectio divina. Se queste basi non sono ben poste, la nostra lectio può semplicemente diventare fantasiosa, accomodante, spiritualistica, rendendo la parola di Dio schiava dei nostri sentimenti momentanei e non la guida della nostra vita. Imparare a memoria, leggere attentamente, trascrivere, sono tre modi molto semplici, a disposizione di tutti, per iniziare il percorso della lectio divina. Tutto questo in un luogo e in un tempo prestabilito, possibilmente sotto lo sguardo attento e paternamente esigente di un insegnante. […]. Basta essere tesi al desiderio di raggiungere una profonda esperienza di preghiera attraverso il contatto diretto con le Sacre Scritture. […].

L’Autore prosegue con

 - la MEDITATIO

la ORATIO

la CONTEMPLATIO.

(Liberamente tratto da: https://www.scribd.com/, Guido Inocenso Gargano, La Lectio Divina, Introduccion a la “Lectio Divina”, Ediciones Paulinas 1992 – Traduzione a nostra cura).

LECTIO MEDITATIO ORATIO CONTEMPLATIO

2. Introduzione alla Lectio divina: Leggere attentamente il testo
(sintesi liberamente tratta da: Innocenzo Gargano, Introduccion a la "Lectio Divina",
ediciones paulinas, Scribd, traduzione a nostra cura)

 

Il testo Mishpatim 99a-99b dello ZOHAR (Il libro ebraico dello Splendore), ci fa intuire quale dev’essere la relazione con la Sacra Scrittura per poter essere in grado di raggiungere la sua conoscenza più profonda.  Tutto ciò che identifichiamo con la cosiddetta conoscenza scientifica o oggettiva del testo della Scrittura, di fronte a questo frammento, mostra i suoi stessi limiti, la sua stessa relatività. Questa conoscenza è importante, ma dobbiamo andare oltre, perché se rimaniamo in essa, non riusciremo a cogliere il significato più profondo, la percezione del mistero di Dio, e finiremo per negarci l’intuizione di questo mistero proprio con la lectio divina. La conclusione del testo rabbinico ci ricorda che nulla può essere aggiunto o tolto dalle Sacre Scritture. Il Signore ci parla attraverso queste parole e non al di fuori di esse. Pertanto, la prima preoccupazione che dobbiamo avere è proprio quella di non uscire da queste parole, non pretendere di saperne di più, o di prescindere da qualsiasi espressione presente nelle Sacre Scritture. Gesù ha detto: "non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto" (Mt 5,18).

Gli antichi padri erano perfettamente consapevoli che la più piccola espressione della Sacra Scrittura aveva un mistero, un messaggio di Dio per gli uomini. Anche San Gregorio Magno sviluppò una serie di riflessioni sulla congiunzione "et" posta all'inizio delle profezie di Ezechiele (Ez 1,1ss). Egli si domanda perché il profeta inizia con una congiunzione. Cosa unisce questo "et"? E risponde: "Egli certamente unisce il mondo di Dio con il mondo della terra, unisce l'intera storia della vita trinitaria con la storia che viviamo". Senza questo "et" la nostra storia non avrebbe avuto il suo significato.
È necessario leggere attentamente il testo ponendo attenzione a ciò che dice e a ciò che non dice: questo è l'insegnamento che deriva dalla tradizione rabbinica.

3. Introduzione alla Lectio Divina: "Lettura" come "Ascolto"

4. Introduzione alla Lectio divina: Il presupposto della fede
(sintesi liberamente tratta da
: Innocenzo Gargano, Introduccion a la "Lectio Divina", ediciones paulinas,
Scribd, traduzione a nostra cura)

Il primo atteggiamento che rende possibile la lectio divina è la fede. Quando i cristiani prendono la Bibbia nelle loro mani, iniziano soprattutto con una convinzione di fede: la Bibbia è ispirata da Dio. Ciò significa che quando l'agiografo scrive, lo Spirito Santo, in qualche modo, garantisce che non scriverà errori riguardanti la fede. Ma significa anche, secondo il pensiero di Origene, che lo Spirito Santo è contenuto nelle Sacre Scritture.

C'è un'analogia tra la Sacra Scrittura e l'Eucaristia. Sotto le apparenze di pane e vino, è presente il Signore risorto, sotto i veli delle Sacre Scritture è presente lo Spirito Santo. Ovviamente non è una presenza che esclude altre presenze. Il Vaticano II parla della presenza reale del Signore anche negli ammalati, nella comunità, nella gerarchia che trasmette gli insegnamenti degli apostoli ..., e in molte altre situazioni: "Dove due o tre si incontrano nel mio nome ... "(Mt 18,20). In ambienti monastici, si trovano spesso due lampade accese; una davanti al Santissimo Sacramento e un'altra davanti al libro delle Sacre Scritture.

Lo Spirito si muove dalle Scritture, parla attraverso le Scritture, lo Spirito effettivamente è presente nel libro delle Scritture. Affrontare il libro delle Scritture significa, quindi, lasciarsi illuminare dalla luce dello Spirito Santo che l’ha ispirate ed è presente in esse.

Tutto ciò comporta una conseguenza molto semplice: tutti gli altri libri non possono essere messi alla pari con il Libro delle Sacre Scritture. Fossero anche scritti dai santi, sono semplici parole umane che non possono le Sacre Scritture. 
Fino a quando non saremo convinti di questa verità, sarà molto difficile fare la lectio divina. Se il libro della Bibbia è uno dei tanti libri che leggiamo, se lo leggiamo solo nel tempo libero dalle altre occupazioni che consideriamo importanti, non riusciremo mai a cogliere il significato profondo delle Sacre Scritture: non puoi servire due padroni: contemporaneamente perché, prima o poi, uno dei due avrà il sopravvento sull’altro.


5. Introduzione alla Lectio divina: "Unità dei due Testamenti 

5. Introduzione alla Lectio divina: Unità dei due Testamenti
(sintesi liberamente tratta da
: Innocenzo Gargano, Introduccion a la "Lectio Divina", ediciones paulinas,
Scribd, traduzione a nostra cura)

Un altro presupposto è l’unità dei due Testamenti. Lo stesso Spirito li ha ispirati. Questo è molto importante, perché quando si fa riferimento all'Antico Testamento si fa riferimento al Dio Creatore che si è posto in un atteggiamento di contemplazione di fronte a tutte le creature affermando che tutto era buono, e l'uomo era “veramente buono”; ciò significa che, riferendosi al Dio redentore del Nuovo Testamento, non possiamo intendere questa redenzione come radicalmente diversa rispetto alla creazione. Gli scolastici dicevano che la grazia suppone la natura: se non c’è un recipiente, non si può contenere nulla, se non si accetta la creaturalità nella sua manifestazione visibile,  non si può parlare di  soprannaturalità nella sua manifestazione invisibile.  
E’ lo stesso criterio dell’incarnazione del Verbo di Dio: per riconoscere il Figlio di Dio nella fede dobbiamo partire dal riconoscimento del figlio di Maria: Gesù di Nazaret, il messia e anche il Signore.
Dobbiamo fare un cammino progressivo. E’ ovvio che nella nostra esperienza spirituale le due cose non si collocano in una successione di tempo:  noi vediamo il tutto nel medesimo tempo, però dobbiamo prender coscienza di una successione almeno razionale, ideale. Se eliminiamo l’uomo, se eliminiamo la creazione, non avremo nemmeno il cristiano, e tantomeno la nuova creazione, quella creazione trasfigurata, trasformata grazie alla redenzione di Gesù. 
Il pensiero cristiano esclude qualsiasi forma di manicheismo, cioè qualsiasi contrapposizione tra ciò che è visibile e tangibile – cosa che noi identifichiamo con la carne – e ciò che è invisibile, impalpabile – cosa che noi identifichiamo con lo spirito. 
L’unità dei due Testamenti significa quindi che è lo stesso Spirito Santo che si rivela attraverso gli avvenimenti,  le persone e le parole.  Il filo conduttore che unisce l’Antico al Nuovo Testamento è precisamente questa Unità dello Spirito ispiratore delle Sacre Scritture. 
Questo comporta naturalmente una visione positiva del mondo e della storia, ossia tutto ciò  che appartiene alla storia degli uomini contiene un messaggio che viene dal Signore. È ovvio che si tratta di un messaggio che percepiremo tanto meglio quanto più ci lasceremo illuminare da quella luce che per noi è la presenza del figlio di Dio  nell’uomo Gesù di Nazaret. 
Illuminando l’Antico e il Nuovo Testamento alla luce del mistero della morte e resurrezione di Gesù – dicono i padri – noi evidenziamo le ombre e le distinguiamo dalla verità; possiamo discernere tra la lettera che potrebbe uccidere se ci fermassimo ad essa, e lo Spirito che vivifica e ci apre continuamente al nuovo. Di conseguenza, l’incontro con il mistero centrale della morte e risurrezione di Gesù, diventa il criterio di discernimento. In questo modo si deve passare dalla lettera allo spirito, leggendo sia l’Antico che il Nuovo Testamento. 
La luce del mistero della Pasqua di Gesù deve farci superare tutti gli ostacoli, le parzialità, le deficienze, le connotazioni legate al contesto culturale dei due Testamenti. Ad esempio, è abbastanza facile nell’Antico Testamento incontrare situazioni apparentemente incomprensibili e inaccettabili per la visione cristiana (violenze, maledizioni, ecc.). Le stesse situazioni le incontriamo a volte in alcuni passaggi del Nuovo Testamento (polemiche antigiudaiche, il cap. 23 di Matteo; alcune espressioni degli Atti degli Apostoli; la violenza presente nell’Apocalisse).
Il passaggio dalla lettera allo Spirito è senza dubbio necessario tanto nel Nuovo come nell’Antico Testamento: il criterio di discernimento è la morte e resurrezione di Gesù di Nazaret. 
Pertanto, ogni affermazione contenuta nella lettera della Bibbia che pone questo mistero tra parentesi o esclude una pienezza di manifestazione delle conseguenze della morte e della risurrezione di Cristo, non potrebbe mai essere il contenuto profondo di quella espressione, voluto
dal Signore come cibo per la nostra comunità, per la Chiesa e per ciascuno di noi. T
ener presente questo ci aiuterà molto quando troveremo testi, situazioni o personaggi che potrebbero lasciarci un po’perplessi.

6. Introduzione alla Lectio divina: Il criterio della comunione

 6. Introduzione alla Lectio divina: Il criterio della comunione
(sintesi liberamente tratta da: Innocenzo Gargano, Introduccion a la "Lectio Divina", ediciones paulinas,
Scribd, traduzione a nostra cura)

 

E’ un terzo elemento introduttivo alla Lectio. Abbiamo detto che l’unità dei due Testamenti è data dall’unico Spirito che ha ispirato le Sacre Scritture, e abbiamo anche affermato che il criterio del discernimento per comprendere la presenza dello Spirito è il confronto con il mistero pasquale di Gesù. Dando uno sguardo orizzontale troviamo un ulteriore criterio di discernimento da tenere a mente: il criterio della comunione.
Il cristiano è consapevole che la Scrittura è data dalla comunità, è un tesoro che viene messo nelle nostre mani in modo vivente da una comunità vivente. Il libro delle Sacre Scritture non è una scoperta individualistica. Può capitare che qualcuno vi giunga per conto proprio, ma questa stessa
scoperta lo porta inevitabilmente a una comunità che fa di questo libro il punto di riferimento vitale. L’incontro individualistico non è sufficiente […] Per poter giungere a una profonda comprensione delle Scritture è necessaria la comunione con la chiesa. […]. Le comunità chiuse non possiedono la Sacra Scrittura. La possiedono solo quelle che si lasciano pervadere dallo Spirito Santo.
La Sacra Scrittura è un tesoro nascosto nel campo della Chiesa. Quando hai percepito l'importanza di questo prezioso tesoro, hai il coraggio di vendere tutto per acquisire il campo. Vendi tutto per far parte di questa Chiesa che è il campo in cui è sepolto il tesoro. […]. 

                    
     7. Introduzione alla lectio divina: Il criterio della conversione continua

7. Introduzione alla lectio divina: Il criterio della conversione continua
(sintesi liberamente tratta da: Innocenzo Gargano, Introduccion a la "Lectio Divina", ediciones paulinas,
Scribd, traduzione a nostra cura)

Un altro criterio è quello della conversione continua. Gli antichi dicevano: "Per l'uomo che non è disposto a rinunciare al proprio modo di vedere, alla sua pretesa di autosufficienza, alla propria ricchezza, è impossibile lui comprendere le Sacre Scritture". Si può leggere la Bibbia, ma finché non si è disposti a mettere in discussione se stessi, le proprie certezze, le proprie ricchezze, il libro rimane chiuso anche se materialmente aperto davanti a noi. È necessario svuotare il cuore in modo che la parola di Dio possa riempirla con la sua ricchezza. Nella misura in cui un cristiano è capace di convertirsi a Cristo, Cristo gli è rivelato. "Se ti pieghi alle Scritture, alla parola di Dio, la parola di Dio si piegherà a te". Si richiede una reciproca condiscendenza. Se ti pieghi, l’altro si piega a te: se resti rigido, l’altro resta rigido. Siamo sempre nell’ottica di una relazione d'amore. Del resto, la parola di Dio è così libera e così attenta, così sollecita, che si fa comprendere dai bambini, dai giovani dagli adulti, dagli anziani. […]. Se noi restiamo attaccati ai nostri moralismi, la parola di Dio ci sarà solo quello, ma se abbiamo il coraggio di andare oltre, la parola va oltre con le sue illuminazioni per noi. Gesù rispetta la nostra crescita e si rivela a noi nella misura in cui siamo capaci e disposti ad accoglierlo. Sono i segni della tenerezza materna della parola di Dio: una madre in attesa di nove mesi di gestazione, che sa come regolare il cibo giusto per la vera età dei propri figli. 

8. Introduzione alla Lectio divina: Il dono dello Spirito Santo

8. Introduzione alla Lectio divina: Il dono dello Spirito Santo
(sintesi liberamente tratta da: Innocenzo Gargano, Introduccion a la "Lectio Divina", ediciones paulinas,
Scribd, traduzione a nostra cura)

Infine, per essere in grado di comprendere il senso profondo delle Sacre Scritture, abbiamo bisogno del dono dello Spirito Santo. È un segreto che solo lui conosce e rivela chi vuole e quando vuole. "Il vento soffia dove vuole e tu ne senti senti la voce, ma non sai da dove viene o dove va, così tutti quelli che sono nati dallo Spirito" (Gv 3,8). Questo basta per far cadere tutte le nostre pretese. […]. Lo Spirito Santo non si lascia costringere.
È necessario chiedere, chiedere con insistenza il dono dello Spirito e pregare in nome di colui che garantisce che saremo ascoltati dal Padre che è nei cieli. Non è un'invocazione che ci garantisce l'accoglienza della nostra preghiera; è solo quella che si fa nel nome di Gesù e in comunione con i fratelli che sarà ascoltata. 
Il Vangelo di Matteo dice: "Se siete d'accordo, se trovate l'armonia nel chiedere qualsiasi cosa e nel chiedere il mio nome, mio Padre ve lo concederà". Ancora una volta, un'invocazione individuale non è sufficiente, ma deve essere il frutto dell'armonia vissuta nella comunità. Dove non c'è armonia, non c'è un'autentica invocazione dello Spirito. Non può esserci, proprio perché lo Spirito parla alla comunità e all'interno della comunità. Solo quando diventiamo la voce dello Spirito, lo Spirito ci accoglie, perché è lui stesso che ci induce ad invocare ed egli stesso è l'oggetto della nostra preghiera. 
                                          
9. Introduzione alla Lectio divina: La Lectio

9. Introduzione alla Lectio divina: La Lectio
(sintesi liberamente tratta da: Innocenzo Gargano, Introduccion a la "Lectio Divina", ediciones paulinas,
Scribd, traduzione a nostra cura)

Quando abbiamo il libro delle Scritture aperto dinanzi a noi, dobbiamo prendere coscienza che la nostra vita spirituale dovrebbe essere costruita attorno alla Sacra Scrittura perché contiene la parola di Dio. Pertanto, tutti i nostri sforzi nella crescita spirituale dovrebbero essere orientati verso l'ascolto della parola del Signore. Il silenzio è una funzione dell'ascolto; la stabilità è in funzione della mente (per stabilità intendiamo il rimanere in un impegno di conversione continua, la consapevolezza di non aver raggiunto l'obiettivo); la permanenza in solitudine si basa sull'ascolto. Se il silenzio, la stabilità, la permanenza in solitudine, non sono in funzione dell'ascolto, diventano ozio, e sappiamo che l’ozio è il padre di tutti i vizi. Restiamo in silenzio, in solitudine, per approfondire le Sacre Scritture. Se la parola non è il centro, se non c'è "attenzione" alla sua parola, corri il rischio di non concludere nulla.
Possiamo e, dobbiamo ancora, seguire gli insegnamenti che ci giungono da tante guide spirituali, ma dobbiamo riconoscere  il loro valore relativo, per incontrare finalmente la parola di Dio. Certamente sono utili, ma solo nella misura in cui non si interpongono come diaframma tra noi e la parola di Dio e ci conducono per mano verso la parola stessa. Per questo è necessario un serio ascetismo, è necessario avere il coraggio di mettere da parte i supporti più preziosi su cui abbiamo impostato la nostra vita spirituale. È molto difficile, ma solo se lo faremo, la parola di Dio diventerà l'unico signore della nostra vita. Diversamente cammineremo sempre nell'ambiguità. E’ un po’ come il voler restare sempre a seppellire il proprio padre (Mt 8,21), l’aver mai deciso di rendere Cristo e la sua parola l'assoluto della nostra vita, ma stare sempre sul punto di farlo. 


 10. Introduzione alla Lectio divina: Studiare la Scrittura con fedeltà e umiltà

Alcuni accorgimenti per la vita interiore
(liberamente tratti da Padre Giuseppe Maria da Torino, Teologia Ascetica, L.I.C.E.-BERRUTI & C.-Torino 1945)

Quando l’orazione diventa arida

Praticamente si passa il tempo assegnato a dire giaculatorie, o si recita lentamente il Pater, l’Ave, cercando di accompagnare con il cuore quanto dice la bocca. Oppure aiutandoci (se così riteniamo opportuno) con una frase, ripetuta anche cento volte…, che esprime il nostro desiderio, per esempio: “Gesù, ti amo, ti vorrei tanto amare” oppure” Gesù mio, Misericordia!.

Non si tema di perdere tempo con questa orazione arida! Quando si vuole amare, realmente si ama; quando si vuole detestare il peccato, realmente si detesta, anche se non sentiamo l’amore e l’odio.

L’estasi della vita

L’intima unione con Dio è destinata ad estendersi a tutta la vita. Pur attendendo agli ordinari doveri, si sta uniti a Dio. Le opere esterne si fanno con spirito di preghiera. Il termine è di San Francesco di Sales: “Quando dunque, o Timoteo, vedrete un’anima che nella orazione va in estasi, ma che non conduce una vita estatica, perché non ha ancora rinunciato a se stessa … le sue estasi attirano l’ammirazione degli uomini, ma non santificano”(S. Francesco di Sales, Trattato dell’amor di Dio).

-     Silenzio: le chiacchiere inutili debbano essere evitate. Possibilmente, per strada, quando si attende, sul tram, non si perda tempo, si preghi!

-     Uso della giaculatorie: le giaculatorie possono essere varie. La giaculatoria “Dio solo! O Dio, o niente!” È un’autentica “chiavetta” per chiudere fuori i pensieri inutili. Quando sorge un pensiero inutile (fantasie, ricordi belli o brutti del passato, sgridate o lodi ricevute, progetti in aria, nostalgie, sentimentalità fuori posto, ecc.) questo pensiero deve essere respinto. Subito si dica: “Dio solo! O Dio, o niente!”. La chiavetta ben intesa è un intensissimo atto di amore

-     Orazione durante il lavoro: per quanto è possibile si cerchi l’unione con Dio sul lavoro con la preghiera. Non si richiede necessariamente l’orazione vocale; è sufficiente, se così piace, starsene in silenzio, tranquillamente uniti a Dio. Se il lavoro è tale da impedirci l’unione attenta con Dio, è necessario allora sfruttare tutti i ritagli di tempo: quando si è per le scale quando si attende ecc.

-      Vivere l’attimo che passa: chi si limita a vivere con la massima intensità l’attimo che passa, vive assorto in una continua estasi, perfettamente unito alla volontà di Dio manifestata noi attimo per attimo. Il passato non è più, l’avvenire non è ancora, il presente soltanto è reale e porta con sé un dovere. È irragionevole il timore di non poter vivere questa estasi della vita cioè questa continua unione con Dio. È irragionevole opprimere il proprio spirito con la preoccupazione di milioni di attimi da riferire a Dio! È sufficiente vivere l’attimo che passa. Non ci si deve preoccupare di fare molto o poco, cose notevoli o insignificanti. Dobbiamo donarci attimo per attimo a Dio, facendo ciò che Dio vuole nell’attimo che passa.

-     Occhiata: l’occhiata è un esame di coscienza di qualche secondo. In un momento qualsiasi, quando voglio sapere a quale punto mi trovo, mi domando: “Cos’è che occupa in questo momento il mio cuore? Dov’è il mio cuore?” Nel medesimo istante la risposta è data dentro di me;

-     Presenza di Dio: Dio è presente in noi! Vivere con lui è la continua estasi. Dobbiamo avere il culto della cella interiore di cui tanto parla Santa Caterina da Siena: “molti vivono in una cella, ma col pensiero sono assenti … Entriamo nella cella del conoscimento di noi”. È la formula che ritorna di continuo nelle lettere di Caterina. E noi troveremo Dio! Interessante è il proposito di un’anima santa: “sfruttare particolarmente la solitudine è per me un sacramento. Egli è sempre là”. Come è consolante, nell’ora dello sconforto, quando tutto crolla attorno a noi, raccoglierci con Dio realmente presente nel silenzio della cella interiore!

Quando l'orazione diventa arida

Alla scoperta di un Tesoro

«Ecco, Io sono con voi tutti i giorni,
fino alla fine del mondo».
Quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo...
sono uguali agli angeli
ed essendo figli della risurrezione
sono figli di Dio...
Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi.
Luca 20, 35-38

Apro la Bibbia:

- Cercate dove si trova una donna che interroga i morti - disse Saul ai suoi servi.
- Ce n'è una a Endor - risposero... e Saul andò dall'indovina, di notte... e le disse:
- Fa le tue pratiche e fa venire il morto che ti dirò.
- Chi devo far venire?
- Samuele!...
- Vedo uno spirito che viene dalla terra,è vecchio, sta salendo... ha indosso un mantello.

Saul capì che era Samuele e Samuele parlò a Saul:
- Perchè mi hai disturbato per farmi salire da te?
- Sono disperato - rispose Saul... e la storia continua. (Primo libro di Samuele 28, 3).

***

Oggi dopo millenni la scena si ripete e la voce d'oltretomba si fa coro immenso: - Perchè ci disturbate...? e la risposta è lacerante:
- Siamo disperati! -
E' vero siamo disperati e vogliamo sapere! Dove andremo dopo la morte? Dove sono tutte quelle persone che abbiamo amato e ora scomparse?
- Non disturbateci!

E intanto però le persone che pretendono di conoscere il come mettersi in comunicazione con l'aldilà sono molte, ovunque le trovi e, se le cerchi e le paghi, soddisferanno la tua curiosità.

Curiosità, perché nonostante tutto si sente ancora la parola del dubbio: E' mai nessuno tornato? e la vita continua con le sue ambiguità, con le sue incertezze e le sue speranze e con le sue angosciose domande:... cosa c'è dopo quel drammatico momento che chiamiamo morte? Dove si va? Si passa ad altra esistenza o si finisce nel nulla? Sarà vero quel che si sente ancora dire da qualcuno che la vita continua e i morti risorgono? Nella nostra società secolarizzata, tecnica e scientifica si parla ancora della vita eterna e delle "ultime realtà"?

... l'orizzonte oggi cambia con quello che talvolta viene chiamato "il ritorno selvaggio del religioso". Mancano la giustizia, il lavoro e l'amore, ma più di tutto manca il significato di queste cose, il significato del vivere e del morire... l'uomo allora troppo spesso si volge verso espressioni primitive, talora pervertite che vanno dall'astrologia alla magia, dall'esoterismo alla gnosi e a una moltitudine di nuovi movimenti religiosi, a sette, a gruppi d'ispirazione lontanamente cristiana e a gruppi venuti dall'Oriente.

Vi si trovano tutte le gradazioni, da una ispirazione veramente religiosa al raggiro e allo sfruttamento degli ingenui. Un tale stato di cose non pu? non porre un problema radicale alle grandi Chiese.

Da parte cristiana diventa sempre più pressante l'esigenza di ricevere un annuncio credibile del mistero della vita eterna promessa all'uomo... Lo stordimento dei mass-media e della modernità non ci lascia più percepire quella voce che da secoli ci viene trasmessa come "buona e bella notizia" (Vangelo):

"Io sono la via, la verità la vita... chi crede in me vivrà". E mille altre cose belle che non riusciamo più a capire nel linguaggio con cui ci sono rappresentate...

"Siamo chiamati alla comunione con Dio e alla partecipazione della sua vita" per sempre! Sono piccoli accenni a un tesoro, nascosto per molti, e che oggi si potrebbe riscoprire. C'è stato UNO che si è disturbato a venirci a dire che cosa c'è di là: E'lo stesso Mistero di amore che ci ha creati e che ci attende:

IL CRISTO FIGLIO DI DIO, MORTO, RISORTO E VIVO.

(Cf. Padre Roberto Accamo OFM Cap, Briciole di Vita, Edizione fuori commercio a cura dei Padri Cappuccini di Pinerolo)

“Amoris laetitia fa un passo nella direzione
segnata da Wojtyla”

Intervista di Andrea Tornielli con il filosofo Rocco Buttiglione, profondo conoscitore del magistero di san Giovanni Paolo II: «La prospettiva di Francesco è perfettamente tradizionale. La novità consiste nell’applicare anche al peccato commesso dai divorziati risposati le possibili attenuanti previste per tutti gli altri peccati così come sono citate nel Catechismo di san Pio X»

«Amoris laetitia comporta dei rischi pastorali. Qualcuno potrà dire di ritenerla una scelta pastorale sbagliata, ma per favore lasciamo perdere i toni apocalittici e non diciamo che si sta mettendo in discussione la dottrina sull’indissolubilità quando ci troviamo di fronte a un scelta pastorale che riguarda la disciplina dei sacramenti e che s’innesta in un percorso le cui premesse sono state poste da Giovanni Paolo II». Il professor Rocco Buttiglione, filosofo, studioso e conoscitore profondo del magistero di Papa Wojtyla, è rimasto colpito da alcune delle critiche rivolte all’esortazione postsinodale di Francesco. Vatican Insider lo ha intervistato. 

Che cosa pensa dell’esortazione Amoris laetitia nel suo complesso?  

«Mi sembra un grande tentativo di dire la parola della fede nel contesto del mondo di oggi. Che era anche la grande preoccupazione di Giovanni Paolo II: l’uomo concreto, l’uomo esistente, l’uomo della realtà, non quello descritto nei libri o quello così come vorremmo che fosse». 

Che rapporto vede tra questo documento di Francesco e il magistero di Papa Wojtyla?  

«Una volta la Chiesa scomunicava i divorziati risposati. Lo faceva per una giusta preoccupazione: non dar scandalo e non mettere in discussione l’indissolubilità del matrimonio. Ma allora vivevamo in una cristianità compatta. Si poteva supporre che tutti sapessero che cosa fosse il matrimonio, un sacramento nel quale gli sposi si rendono reciprocamente garanti dell’amore di Dio e dunque se ti abbandono, in qualche modo è come se Dio ti abbandonasse. Giovanni Paolo II ha detto che non si possono scomunicare i divorziati risposati, ricordando che in ogni peccato esistono fattori oggettivi e fattori soggettivi. Ci sono persone che possono fare la cosa sbagliata, che resta un male, ma senza esserne totalmente responsabili. E allora Papa Wojtyla ha aperto, invitando i divorziati risposati a entrare nella Chiesa, accogliendoli, battezzandone i figli, reintegrandoli della comunità cristiana. Ma senza riammetterli alla comunione - è il punto 84 di Familiaris consortio - a meno che non ritornino con il coniuge legittimo, o si separino dal nuovo coniuge, o ancora vivano la seconda unione come fratello e sorella, cioè astenendosi dai rapporti sessuali». 

E ora Amoris laetitia che cosa propone?  

«Francesco fa un ulteriore passo in avanti in questa direzione. Non dice che i divorziati risposati possono ricevere o pretendere la comunione, evviva! No! Il divorzio è pessimo e non ci possono essere atti sessuali al di fuori del matrimonio. Questo insegnamento morale non è cambiato. Il Papa dice che adesso i divorziati risposati possono andare a confessarsi, iniziare un percorso di discernimento con il sacerdote. E come si fa in ogni confessione, per ogni peccato, il sacerdote deve valutare se esistano tutte le condizioni perché un peccato sia considerato mortale. A quei miei colleghi che hanno detto parole forti contro Amoris laetitia vorrei ricordare che san Pio X - non propriamente un Papa modernista - nel suo Catechismo ricordava che il peccato mortale richiede la materia grave, ma anche la piena avvertenza e il deliberato consenso, cioè la piena libertà per assumere in toto la responsabilità di ciò che ho fatto». 

Perché questo aspetto è così importante per il caso di cui stiamo parlando?  

«Perché oggi in tanti casi non c’è piena avvertenza. Ci sono masse enormi di battezzati che non sono evangelizzati. Uno potrebbe dire, ma in questi casi, c’è il processo di nullità matrimoniale. Sì, è vero, anche se dobbiamo ricordare che in tante parti del mondo non è così facile accedere ai tribunali ecclesiastici e poi non è sempre così facile scoprire la verità. Viviamo in un mondo di famiglie ferite, di persone ferite, persone che possono trovarsi in situazioni dalle quali non sono in grado di uscire. Bisogna valutare tutto e aiutarle a uscire dalla situazione di peccato, iniziare un percorso, ma senza far violenza ai coniugi che le hanno accompagnate nella seconda unione e che magari sono stati vicini in un momento drammatico della loro vita: pensiamo al caso di una mamma con bimbi piccoli abbandonata dal marito che si è unita a un uomo il quale si è preso cura di quei figli. Stiamo parlando di questioni che richiedono discernimento, delicatezza, grande umanità, compassione, accompagnamento...». 

Con quale sbocco finale, professore?  

«La domanda è: a che punto di questo percorso il prete darà la comunione? Quando riterrà che vi siano le condizioni, senza automatismi o scorciatoie, ma anche senza sbattere le porte in faccia prima di aver seriamente valutato le storie personali. È questa l’idea della Chiesa ospedale da campo tanto cara a Papa Francesco. Se fossimo al Bethesda Naval Hospital dove viene curato il Presidente degli Stati Uniti il paziente uscirebbe perfettamente guarito, dopo che sono stati compiuti tutti gli interventi necessari. Nell’ospedale da campo si cominciano a tamponare le ferite». 

Questa prospettiva in quale rapporto è con la tradizione della Chiesa?  

«Questa prospettiva è perfettamente tradizionale. Amoris laetitia dice: valutiamo le condizioni soggettive anche per il peccato di chi ha divorziato e vive in una nuova unione. È una questione eminentemente pastorale. Ricordo don Luigi Giussani quando ci diceva: “Dovete giudicare gli atti, mai giudicare le persone, perché questo spetta solo a Dio”. Solo a Dio e anche un po’ al confessore. Ho letto interventi drammatizzanti e inaccettabili sul documento, e in particolare su una nota a pie’ pagina». 

Con l’esortazione apostolica Amoris laetitia qualcosa è dunque cambiato?  

«Certo che qualcosa è cambiato! Ma non è cambiata la morale né la dottrina sull’indissolubilità del matrimonio. Cambia la disciplina pastorale della Chiesa. Fino a ieri sul peccato commesso dai divorziati risposati c’era una presunzione di totale colpevolezza. Adesso anche per questo peccato si valuta l’aspetto soggettivo, così come avviene per l’omicidio, per il non pagare le tasse, per sfruttare gli operai, per tutti gli altri peccati che commettiamo. Il prete ascolta e valuta anche le circostanze attenuanti. Sono queste circostanze tali da cambiare la natura della situazione? No, il divorzio e la nuova unione restano oggettivamente un male. Sono queste circostanze tali da cambiare la responsabilità del soggetto coinvolto? Forse sì. Bisogna discernere». 

La sottolineatura sull’aspetto soggettivo non rischia di portare a una forma di soggettivismo?

Approfondimenti

La meditazione sul peccato

L’esercizio tipico nella Via Purgativa è la lotta contro il peccato. Lotta serena, nella luce della fede.

Tentazione non vi ha sorpreso, se non umana; or Iddio è fedele e non permetterà siate tentati oltre quel che potete, ma con la tentazione vi procurerà anche la via d’uscita, onde possiate sopportarla (1Corinzi 10,13).

Il peccato deliberato contrista Dio:

… non contristate lo Spirito Santo di Dio, nel quale avete ricevuto l’impronta per il giorno del riscatto (Efesinii  4,30).

Vi sono tre direttive nel detestare il peccato:

  - quella della paura (timore delle pene dell’inferno e del purgatorio);
  - quella dell’amore di Dio;
  - quella dei doni dello Spirito Santo, in particolare del timore di Dio.

Direttiva della paura dell’inferno

Anche i grandi santi temono l’inferno, benché in loro la paura si sublimi nell’altissimo dono del timore di Dio.

Direttiva dell’amore

Il peccato viene meditato, in modo particolare, nella luce delle rivelazioni del Sacro Cuore di Gesù a santa Margherita Maria a Paray-Le-Monial e alla cappuccina di Mercatello, santa Veronica Giuliani.

"Tu almeno fammi contento col supplire, per quanto puoi, alla loro ingratitudine". Così Gesù a santa Margherita Maria.
E a santa Veronica Giuliani:  "Tutti si sono scordati di me, tu dunque amami e non partire di qui".

Quale il significato misterioso di queste frasi? Gesù come gioì nel prevedere i futuri fervori dei santi, così soffrì prevedendo il peccato.
Nella luce del Sacro Cuore di Gesù, ecco la definizione drammatica del peccato: il mio peccato di oggi fu un reale aumento della sofferenza di Cristo nella sua vita mortale.

Direttiva del timore di Dio

È la direttiva altissima dei santi. Santa Teresa d’Avila, trattando dell’anima che si avvicina alle vette parla di timore.

Il timore non è la paura servile, è un dono altissimo che torchia il cuore del santo, è angoscia di non aver amato Dio con implacabile amore.

Gemma Galgani piange lacrime miste a sangue sentendo una bestemmia.
Domenico Savio piange perché si è compiaciuto delle lodi ricevute.

Il peccato suscita nei santi un desiderio insaziabile di riparazione.
È lo stesse desiderio che arde le anime del purgatorio.

Dice santa Caterina da Genova nel suo trattato sul purgatorio:

L’anima separata dal corpo e che non si trova in quella purezza in cui fu creata, vedendo in se stessa l’impedimento (di unirsi a Dio) e che questo impedimento non le può essere levato per altro mezzo che quello del purgatorio, presto vi si getta dentro e volentieri.

E insiste:

Questo amore tira sì forte e di continuo con quello sguardo unificatore, come se non avesse da fare altro che questo. L’anima perciò, vedendo questo, se trovasse un altro purgatorio, sopra di quello, presto vi si getterebbe dentro, per l’impeto di quell’amore conforme tra Dio e l’anima, per poter levare più presto da sé un tanto impedimento.

In conclusione, le anime del purgatorio hanno contento grandissimo e pena grandissima, e l’una cosa non impedisce.
Continua la santa:
non credo che si possa trovare contentezza da comparare a quella di un’anima del purgatorio, eccetto la contentezza dei santi del paradiso.

Santa Caterina si inebria nella gioia del purgatorio.

La meditazione del peccato nella luce del timor di Dio può – per certi santi – arrivare alle intensità delle pene del purgatorio: è l’esperienza terrena del purgatorio.

Continua la santa:
Questa forma purgativa, che io vedo nelle anime del purgatorio, la sento nella mia mente, massimamente da due anni in qua; e ogni giorno la sento e la vedo più chiara.

                                                                             L'abbandono in Dio

La santa indiffernza
, quando raggiunge la perfetta conformità alla volontà di Dio, è conosciuta sotto il nome di santo abbandono. La conformità alla volontà divina diviene sinonimo di santità (Thils).

L’Abate Chautard distingue otto gradi di adesione alla volontà di Dio, sino al santo, gioioso abbandono che corrisponde alla santità consumata.

1. Aegre                      sì, ma mi rincresce
2. Fiat                          sì, ma…
3. Amen                      sì, con prontezza
4. Ita, Pater                 sì, o Padre (con senso filiale)
5. Libenter                   sì, volentieri (con senso di gioia)
6. Ecce, adsum            eccomi…(con offerta desiderosa di essere accettata)
7. Deo gratias              grazie, o Signore! (accettazione con senso di riconoscenza)
8. Alleluja                     evviva! (alleluja celestiale; gioia di soffrire per amore di Dio e inno di giubilo alla 
                                   Provvidenza. Alleluja, gioia, luce)

I grandi santi

 L’anima raggiunge il suo ideale nell’unione trasformante con Gesù. È così unita al Signore da confondersi, da trasformarsi quasi in Lui.

… e vivo non più io, ma vive in me Cristo (Galati 2,20).

La loro donazione a Dio è perfetta, totale. Non cercano mai se stessi…
La caratteristica dei grandi santi è precisamente il distacco da tutto ciò che non è Dio.

Essi sono talmente perduti in Lui che qualunque cosa accada loro, e così anche alle altre creature, sembra loro uno dei più preziosi favori. Se Dio concede loro la sua grazia Lo benedicono; se ne li priva, Lo benedicono lo stesso.

(Non temono) di nulla, né della morte, né dell’inferno, né del purgatorio, né del demonio, né della vita, né della morte, liberi come sono da ogni timor servile: hanno un solo timore, quello di non imitare gli esempi di Gesù Cristo, come vorrebbero.

Sono di un’umiltà così profonda da avere in gran dispregio se stessi e quel che fanno, e da mettersi al di sotto di tutte le creature non osando mai paragonarsi ad alcuna…

                                                                    I limiti nella vita spirituale

La carità, l’agape perfetta è di natura escatologica, è dell’al di là (Thils).

Sulla terra ci sono mete irraggiungibili nell’opera della nostra santificazione:

  • la perfezione assoluta
  • l’unione continua con Dio
  • le orazioni superiori di 6°, 7°, 8°, 9° grado.
  • l’impeccabilità.

 I peccati semideliberati sono inevitabili senza uno speciale privilegio.

 Esplicita la dottrina dello Spirito Santo:

 …tutti manchiamo in molte cose!… (Gc 3,2).

 Se diremo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi (1Gv 1,8).

Così per lle imperfezioni. Se si tratta di imperfezioni deliberate, vengono via via eliminate, ma per le semideliberate è possibile solo diminuirne il numero.

Questo tiene l'anima nell'umiltà.

Le tappe della vita spirituale

 

lucenelbosco Briciole di Luce

È una pubblicazione del Movimento dell'Immacolata, nata nel giugno 2014, mese dedicato al Sacro Cuore di Gesù. Un pensiero tratto dalla Parola di Dio, una briciola di luce nella nostra fede.
Basta poco a volte per un po' di gioia e un po' di speranza.  Siamo grati a chi diffonde Briciole, sia in rete che con la stampa! 

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Continueremo a trovarci
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sia per continuare
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e nella preghiera.

Ciascuno, liberamente,
porterà una frase  della S. Scrittura
che poi si condividerà insieme.

 BUONA ESTATE!!

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Gocce di sapienza

Dio non forza nessuno ad amarlo. Egli mi ama, e basta. Mi ama persino se non credo in Lui. Mi cerca quando io non lo cerco. Mi parla quando io non lo ascolto. Mi cura quando io non voglio essere curato. In una parola: mi ama di amore infinito.
(Padre Giuseppe Maria, 25 febbraio 1972)

 

 

 



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