6. La ragione del credere

C’è uno strettissimo nesso tra la prima e l’ultima parola del credo: Credoe Amen.Esse abbracciano l’insieme delle singole affermazioni, rendendo evidente ilsenso del tutto.

Come abbiamo visto la parolaamenin ebraico ha la stessa radicale da cui deriva la parolafede, ripete ciò che la fede significa:l’abbandono fiducioso su un fondamento che sostiene, il fondamento del mondo, quale senso che mi dischiude innanzitutto la libertà del fare. Non si tratta tuttavia di un cieco buttarsi in braccio all’irrazionale: è un accedere allogos, alla ragione, al senso e quindi alla stessaVerità; in definitiva il fondamento su cui l’uomo si pone non può essere altro che la Verità che si schiude a lui.

Andiamo qui a imbatterci nuovamente in una antitesi trascienza del fattibileefede. La scienza del fattibile, essendo positivista, deve limitarsi al dato misurabile quindi non si pone l’interrogativo della verità. Essa mira all’esattezza, non si richiede per la scienza del fattibile che le cose sianodi per sé e in sé, ma ci si domanda unicamente qual’è la loro funzionalità nei nostri confronti;  ciò nasce dal considerare l’essere non come essere stesso, ma in funzione del nostro operare.In tal modo lo stesso concetto di verità viene alterato: la verità dell’essere si sottrae alla scienza come calcolo.

Ora, l’atteggiamento della fede cristiana si esprime nella parolettaamen nei suoi vari significati di fiducia, abbandono, fedeltà, la stabilità, fondamento sicuro, star saldi, verità.Soltanto la verità costituisce il fondamento adeguato allo star saldo dell’uomo.L’atto di fede cristiana include quindi sostanzialmente la convinzione che il fondamento significativo sul quale ci collochiamo èanche la verità.Un senso che non fosse al contempo anche verità sarebbe un non-senso.

L’inseparabilità disenso,fondamento,veritàche si esprime sia nel termine ebraico diamen, sia in quello greco dilogos, annuncia in maniera per noi intraducibile la presa di posizione della fede cristiana di fronte al mondo.La fede, per la sua stessa originaria essenza, non è affatto un cieco affastellamento di paradossi incomprensibili, néè ragionevole addurre come pretesto il mistero per trovare una scusa alla mancanza di comprensione: la vera idea di mistero non è certo la distruzione dell’intelletto, bensì ilrendere possibile la fede in quanto comprendere: la forma in cui l’uomo è tenuto ad affrontare la verità dell’essere non è ilsapere, bensì ilcomprendere,comprendere il senso al quale si è fiduciosamente abbandonato.

Aggiungiamoche solo nello star-saldi si apre la via al comprendere,non prescindendo da esso, perchécomprenderesignifica afferrare e concepire proprio in quantosensociò che si è accettato comefondamento:impariamo a cogliere il fondamento su cui ci siamo posti come senso e verità,impariamo a riconoscere cheilfondamento rappresenta il senso.Il comprendere non costituisce una contraddizione rispetto alla fede, ma ne rappresenta la più genuina attività: ci trasmette una vera comprensione del mondo e dell’essere:il comprendere proviene soltanto dal credere.

Lateologiaintesa come discorso razionale intellettivo su Dio, sarà sempre un compito originario e precipuo della fede cristiana; non penso sia stato solo un puro caso se il messaggio cristiano nella sua fase di formazione è penetrato in primo luogo nel mondo greco, fondendosi qui con la questione delcomprendere, con la ricerca della verità(cfr. Atti 16,6-10).

Fede e comprensionevanno insieme non meno dicredere e star saldiper la semplice ragione che star saldi e comprendere sono tra loro inseparabili. La versione greca dei 70 di Isaia 7,9 rivela proprio questo col suo “credere e star-saldi”, una dimensione  indispensabile allo stesso pensiero biblico se non lo si vuole sospingere nel fanatismo e nel settarismo.

È tipico delcomprendereil riconoscere di essere a nostra voltacompresi: se comprendere è un cogliere il nostro essere compresi, significa che noi non lo possiamo afferrare: esso conserva per noi un senso proprio in quanto comprende noi.  È proprio in questo senso che noi parliamo dimisterocome fondamento che ci precede e perennemente ci trascende, fondamento da noi mai afferrabile o superabile. Proprio nel nostro essere afferrati dall’ assolutamente inafferrabile si concretizza la responsabilità del comprendere, senza la quale la fede si distruggerebbe da sé.

(cfr.Joseph Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, Queriniana Brescia 2015, 21^ edizione,pp. 67-71)

to l’ha fatto Dio stesso che è l’intelletto per eccellenza. Il pensiero umano è pertanto un ripensare l’essere stesso. L’essere è pensiero, e quindi pensabile, oggetto del pensare e della scienza la quale tende alla sapienza.
L’opera dell’uomo invece manca di intrinseca significatività. La scienza era solo “abilità artigiana”, non quindi una reale conoscenza e quindi nemmeno una reale scienza.

Descartes (cogito ergo sum), riconosce come reale unicamente la certezza razionale ispirandosi essenzialmente al modello della certezza matematica, anzi elevando la matematica a forma basilare di ogni pensiero razionale.

Giambattista Vico (1668 – 1744formula per primo un’idea nuova di verità e di conoscenza anticipando la formula tipica dello spirito moderno: alla formula scolastica il vero è l’essere egli contrappone il suo principio verum quia factum (è vero ciò che abbiamo fatto. Rifacendosi ad Aristotele dichiara che la vera conoscenza è una conoscenza delle cause. Ne deriva allora che noi siamo veramente in grado di conoscere solo ciò che noi stessi abbiamo fatto, perché noi conosciamo unicamente noi stessi. Al posto dell’antica equivalenza verità = essere, subentra la nuova: verità = fattualità. Compito e possibilità dello spirito umano non è riflettere sull’essere, bensì su quanto è stato fatto, solo su ciò che noi siamo in grado di comprendere.
L’uomo non ha creato il cosmo, per cui esso gli rimane impenetrabile nella sua ultima profondità. Una conoscenza completa dimostrabile gli risulta conseguibile unicamente nell’ambito della matematica e della storia. Crollata l’antica metafisica, si riscopre nel “factum” la terra ferma su cui l’uomo può tentare di ricostruirsi un’esistenza.

A questo processo risulta collegato quel sovvertimento di tutti valori che trasforma la storia susseguente in un’era realmente nuova rispetto a quella precedente. La storia, sopravvive ora come unica vera scienza accanto alla matematica. Matematica e storia divengono le discipline predominanti: la storia ingoia quasi l’intero cosmo delle scienze trasformandole tutte dalle radici.

Con Hegel e Comte la filosofia si trasforma in un problema di storia in cui lo stesso essere va concepito come processo storico. Nel pensiero del teologo tedesco F. Chr. Baur anche la teologia diviene storia ed il suo percorso la ricerca storica che indaga sugli eventi accaduti, sperando così di giungere al fondamento delle cose.

Con Marx l’economia viene ripensata storicamente.

Con Darwin il sistema degli organismi viventi viene concepito come una storia della vita: una catena di derivazione in cui tutte le cose derivano una dall’altra e sono riconducibili una all’altra.

Il mondo appare come un processo la cui incessante espansione costituisce il moto dell’essere stesso. Risulta conoscibile solo in quanto fabbricato dall’uomo. L’uomo non è più in grado di guardare al di sopra di se stesso, al di sopra del piano del factum, in cui egli stesso deve riconoscersi mero prodotto casuale di primordiali evoluzioni: gli viene strappato il cielo da cui sembrava provenire e gli viene lasciata in mano solo la terra dei fatti, in cui egli cerca ora, con la sua vanga, di decifrare la faticosa vicenda del suo divenire.

  1. Secondo stadio: la svolta verso il pensiero tecnico. Il programma verum quia factum, la storia come luogo della verità, non poteva da sola bastare. Giunse alla sua piena efficienza con il principio formulato da Marx: “Sinora i filosofi hanno soltanto diversamente contemplato il mondo, si tratta ora di trasformarlo”. Il compito della filosofia viene nuovamente rivoluzionato sin dalle radici: al posto del verum quia factum subentra il verum quia faciendum: la verità è la fattibilità. In altri termini, la verità con cui l’uomo ha a che fare è quella del cambiamento del mondo, una verità proiettata nel futuro e relativa all’azione. Dalla metà del secolo diciannovesimo in poi la signoria del ciò che è fatto viene soppiantata da quella del fattibile e del da farsi e la precedente signoria della storia viene sostituita da quella della tecnica. Quanto più l’uomo si concentra su ciò che è fatto cercando in esso la certezza, tanto più si trova costretto a riconoscere come l’opera delle sue mani si sottragga alla sua presa.

Già al principio del ventesimo secolo la storia cade in crisi e lo storicismo con tutte le sue pretese scientifiche diventa sempre più discutibile. Risulta sempre più evidente come il fatto allo stato puro e la sua certezza non esistono in quanto anche il fatto implica l’interpretazione e la sua ambiguità. Diventa sempre più chiaro che l’uomo non riesce assolutamente ad avere tra le mani quella certezza. Va sempre più affermandosi la convinzione che risulti davvero conoscibile all’uomo soltanto ciò che è ripetibile, quello che egli è in grado di riproporsi in ogni momento mediante gli esperimenti. Il metodo delle scienze naturali che risulta dall’associazione fra matematica e attenzione ai fatti reali nella forma dell’esperimento ripetibile, appare ora come l’unico vero apportatore di un’ affidabile certezza. Dall’abbinamento tra pensiero matematico e pensiero centrato su fatti nasce l’impostazione mentale improntata alle scienze naturali tipica dell’uomo moderno che denota così conversione alla realtà in quanto è fattibilità: che se ne fa del passato? Non lo custodirà come un museo: vuole padroneggiare il presente.

Dal punto di vista della situazione spirituale complessiva la situazione risulta ora radicalmente cambiata: la tecnica non viene ormai confinata nei sotterranei delle scienze, ma diventa un vero potere e dovere dell’uomo. Nell’antichità l’uomo si era mantenuto rivolto verso l’Eterno, nel periodo della storicismo si era buttato sul passato, adesso la dignità lo proietta nel futuro di ciò che lui stesso è all’altezza di fare. Non lo disturba più il constatare di essere soltanto un caso dell’evoluzione: ora egli, indipendentemente dalla sua origine, può affrontare decisamente il suo futuro, trasformando se stesso in ciò che vuole; anche il farsi dio non gli appare impossibile: gli si presenta come fattibile: Dio non sta più all’inizio di tutto come Logos.

Tutto ciò si sta oggi verificando in maniera concreta nella forma di problematica antropologica. Assai più importante della teoria dell’origine della specie ci appare oggi la cibernetica, la pianificabilità dell’uomo da ricreare, così che anche dal punto di vista teologico la manipolabilità dell’uomo attraverso il suo stesso pianificare comincia a rappresentare un problema più importante della questione del passato umano anche se i due problemi non sono dissociati e si condizionano a vicenda: la riduzione dell’uomo a un fatto, è la premessa per comprenderlo come un fattibile, che da ciò che è, va condotto a un nuovo futuro.

  1. c)La questione del posto della fede

     Con la conversione al fattibile della mentalità moderna è andato a vuoto un primo tentativo della teologia di dare una risposta alle nuove situazioni. La teologia aveva già tentato di ovviare alla problematica dello storicismo, alla sua riduzione della verità al fatto, articolando la fede stessa come storia. In fin dei conti la fede cristiana è essenzialmente riferita alla storia. La teologia pertanto poteva in apparenza essere d’accordo sul fatto che l’ora della metafisica venisse sostituita da quella della storia. Ma la graduale sostituzione della storia da parte della tecnica ha fatto sfumare tali speranze.

     Adesso va sempre più affiorando un altro pensiero: si prova a collocare la fede non più sul piano del fatto bensì su quello del fattibile, interpretandola come un mezzo per cambiare il mondo (teologia politica di Cox - teologo battista U.S.A. -, teologia della rivoluzione).

     Io penso però che in questo modo non si faccia altro che ripetere il tentativo compiuto dal pensiero incentrato sul fatto, sulla storia della salvezza: si rileva come il mondo odierno sia concentrato sulla prospettiva del fattibile e vi si risponde trasponendo la fede sullo stesso piano.

       Io non scarterei questi tentativi accantonandoli come insensati, direi invece che tanto nell’uno quanto nell’altro vengono in luce dei tratti essenziali della fede più o meno trascurati nelle altre costellazioni: la fede cristiana ha realmente qualcosa da spartire con il fatto, in quanto è inserita in maniera specifica nella storia (non a caso storicismo e storia sono nati e cresciuti proprio in un ambiente saturo di fede cristiana); la fede ha senza dubbio a che fare anche con il cambiamento del mondo con la protesta contro la pigrizia delle istituzioni umane e di coloro che le sfruttano (l’idea del mondo come fattibilità è nato e cresciuto in un ambiente imbevuto di tradizione ebraico-cristiana, era stato pensato e formulato da Marx, traendo ispirazione da essa anche se in antitesi rispetto a essa). Da entrambi i lati viene alla ribalta qualcosa del patrimonio ideale della fede cristiana, qualcosa che è rimasto troppo in ombra nel passato. La fede cristiana ha un nesso decisivo con le forze propulsive da cui è animata l’era contemporanea. Rappresenta l’occasione più propizia offertaci dalla nostra ora storica per concepire in maniera del tutto nuova la struttura della fede tra il fatto e fattibile. È compito della teologia accogliere questo appello individuando i punti morti e colmando le lacune dei periodi passati.

     Ma qualora i due tentativi citati diventino esclusivi situando la fede totalmente sul piano del fatto e del fattibile finirebbero per nascondere il genuino significato di ciò che una persona intende quando dice “credo”. Esprimendosi così infatti non progetta in primo luogo un cambiamento né si aggancia semplicemente a una catena di eventi storici. Per tentare di porre in luce il significato dell’espressione “credo” direi che il processo della fede non rientra nella categoria del rapporto sapere-fare tipico del pensiero incentrato su un fattibile, ma si esprime piuttosto nel rapporto completamente diverso sussistente fra star-saldi-comprendere; mi pare che in questo modo si evidenzino due concezioni fondamentali possibili dell’essere umano che non sono prive di mutua correlazione ma vanno tenute ben distinte una dall’altra

Nella mentalità odierna spiccatamente scientifica è sintomatica la limitazione ai fenomeni: avendo rinunciato a cercare l’essenza nascosta delle cose, ci siamo concentrati sul visibile, sul controllabile dai nostri parametri. Con il fenomeno controllabile ci riteniamo in grado di costruirci con le nostre mani il mondo in cui vivere. Di conseguenza nell’esistenza e nel pensiero moderno è andato a poco a poco affermandosi un nuovo concetto di verità e di realtà (per lo più inconscio) quale principio ispiratore delle nostre idee, che può essere dominato solo se viene sottoposto al vaglio della coscienza.

Il pensiero non legato alle scienze naturali nel pensare ciò che da esse non viene pensato, ha una funzione indispensabile nel portare alla coscienza la problematica umana.

(cfr Joseph Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, Queriniana Brescia 2015, 21^ edizione, pp. 67-71))