Quando l’orazione diventa arida
(Padre Giuseppe Maria)

Riprendiamo l'argomento cui si è già fatto cenno, per la sua importanza.

Tutti coloro che si dedicano alla preghiera, o prima o poi, s'imbattono nella preghiera arida, la preghiera che non dà nessuna soddisfazione. La tentazione, sovente assecondata, è quella di lasciarla.

Ogni orazione (vocale, affettiva, di semplicità, di quiete o raccoglimento infuso) presenta fasi di aridità o di soavità.
Come distinguere quando questa aridità è colpevole? L’orazione arida colpevole è caratterizzata dalla diminuzione del tempo dedicato alla preghiera, dai molti “no” alle ispirazioni della Grazia e dalla ricerca eccessiva delle gioie della vita; mentre nell’aridità buona, la noia della preghiera è comune ad un senso di noia per tutte le altre cose.

Come pregare nell’aridità

 

L’orazione di volontà

Ottima la forma di preghiera chiamata da sant’Ignazio «la seconda maniera di pregare».

Si reciti lentissimamente il Pater, l’Ave (cfr. Tanquerey).

L’anima si abbandona alla preghiera dei ciechi, dei sordi, dei muti del santo Vangelo: «Signore, che io veda…O Signore, che io cammini…O Signore, che io oda…O Signore, guariscimi…O Signore, salvaci…dì una sola parola e saremo salvi». Quanto più l’orazione affettiva diventa semplice, tanto più questi sentimenti aumentano di intensità e diminuiscono di numero.

Gli atti di volontà superano i sentimenti più estasianti.

Il tutto consiste, Piccoli Fratelli, nel raggiungere ogni preghiera nel cuore di Gesù e, quando non ne potrete più, nel contentarvi d’aprire il vostro vuoto al Signore perché Lui lo riempia con la sua stessa preghiera. Ma accettiamo così difficilmente di essere vuoti! Si vorrebbe sempre avere qualcosa di proprio da dare (P. René Voillaume, Come loro, Ed. Paoline, IV edizione, p. 9)

L’orazione di attesa

    Sovente l’orazione arida si riduce a una dolorosa attesa: salvo quando il Signore viene a fare tutto da solo, bisogna saper tener conto di queste due realtà: la speranza umile e sempre rinnovata della sua visita e la nostra attesa nello sforzo ( Ibidem, p. 104).

Attendere, chiedere la presenza di Gesù: «Che io veda, che io senta, che io cammini…».

L’attesa, il desiderio di vedere Gesù, di sentirlo, è ottima preghiera: basta!

Neppure voi avete capacità di meditare quando rientrate storditi dal lavoro al fondo di una miniera, abbruttiti dalle lunghe ore di lavoro al sole del garzone di fattoria,…o appesantiti dal sonno dopo giornate di pesca in mare… (Padre Voillaume scrive ai Piccoli Fratelli di Gesù impegnati nelle miniere, nei lavori di campagna, nella pesca, ecc.)

Attesa della sua venuta nel desiderio, ma soprattutto un sentimento di impotenza, di miseria, di viltà. Il risultato sarà spesso una preghiera dolorosa, pesante, in apparenza poco spirituale (Ibidem, pp. 109-110).

Gesù non ci ha chiesto altro. E’ notevole che riunendo tutti gli insegnamernti di Nostro Signore sulla preghiera non vi si trova quasi che una sola raccomandazione: la perseveranza (Ibidem, p. 112).

La posizione coraggiosa del corpo

 L’orazione si può fare ancora più secca. A volte non si riesce a pensare a Dio. Questa impotenza può essere data dalla stanchezza o dalla contemplazione; così nella prima fase del raccoglimento infuso (cfr. notte dei sensi). Lo sforzo di pensare al Signore potrebbe essere, in questi casi causa di esaurimento psichico. 

L’anima è stranamente incapace di pensare a Lui. Solo la volontà arde, e per esprimere questo ardore basterà rimanere fisicamente presenti dinanzi al tabernacolo o nel silenzio della stanza senza pensare a Dio in modo esplicito, e questo basterà.

Attraverso questo sforzo di fede, nell’atteggiamento coraggioso del corpo si tradurrà la sete e l’attesa (Ibidem, p. 110).

È di capitale importanza questa orazione fatta di volontà che impone al corpo una posizione di preghiera.

Non è necessario pensare per pregare: è sufficiente volere: è necessario distinguere l’intenzione attuale dall’intenzione virtuale. Nella prima c’è attenzione (atto dell’intelligenza) e intenzione (atto di volontà); nella seconda c’è l’intenzione e una attenzione latente, subcosciente.

Si potrebbe anche chiamare orazione del «turibolo». Come il turibolo di metallo, mosso dalla mano del sacerdote, prega offrendo incenso a Dio, così l’anima piega il corpo anche nella stanchezza in umile, coraggioso atteggiamento di preghiera.

L’anima trascorre il tempo a volere la posizione coraggiosa…le mani giunte… il corpo eretto come una sentinella sull’attenti..come una candela che brucia sull’altare: non pensa ma arde.

È la dottrina dei santi.

Il Cafasso, stremato di forze si limita ad alzare e lasciare cascare il braccio sulla coperta. Così lo vide don Bosco attraverso la fessura della porta (cfr. La perla del Clero italiano, Salotti).

Il beato Ignazio da Santhià nei ritagli lasciatagli dal ministero della confessione sta inginocchiato in una posizione impossibile. Al termine della vita ha consumato addirittura l’alluce (il Cappuccino era scalzo).

Così il servo di Dio, Padre Cappello, gesuita, quando per la prima volta si sedette in chiesa fu alla vigilia della sua morte (cfr. «Civiltà Cattolica»).

La preghiera non deve stancare: la preghiera che stanca non è buona.