Il combattimento (Jihâd) cristiano

Rocco Quaglia

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1,2Tes      Prima e seconda lettera ai Tessalonicesi
1,2Tim      Prima e seconda lettera a Timoteo
Tito           Lettera a Tito

 

Nota. Il testo biblico di riferimento è la terza edizione a cura della Conferenza Episcopale Italiana (2008).

   

Amate i vostri nemici,
fiore mandorlopregate per quelli che vi perseguitano
(Mt 5,44)

Un fratello in Cristo, profondamente turbato dagli avvenimenti legati al terrorismo, mi domandò: «Fratello, perché c’è questo jihâd islamico contro di noi? Perché Dio lo permette?», risposi senza pensarci troppo: «Perché non c’è mai stato un jihâd cristiano nei loro confronti». Il fratello non rispose, si limitò a guardarmi con perplessità; ma dalla sua espressione era chiaro che non aveva capito la mia risposta. Vorrei, in queste pagine, tentare di fare chiarezza su quella risposta. Forse non è tardi per un jihâd autenticamente cristiano.

Esiste il jihâd cristiano? No, se intendiamo jihâd come «la guerra santa contro gli infedeli». Attualmente, ringraziando Dio, i cristiani non fanno alcuna guerra santa, e se pure in passato combatterono molte guerre nel nome di Dio, nessuna di esse ha mai potuto fregiarsi del titolo di “santa”. I Vangeli non prevedono guerre a maggior gloria di Dio; Dio non ha nessuna causa da vincere con le armi sul pianeta terra. D’altronde, l’esempio che Gesù ci ha dato è di morire perdonando i propri uccisori (Lc 23,34). Non si prevede l’uso delle armi per la diffusione del cristianesimo e neppure per la difesa personale. I Paesi di cultura cristiana, in realtà, non hanno mai messo in pratica gli insegnamenti di Cristo; d’altra parte, i “cristiani” stessi, a partire dall’editto di Tessalonica (380 d.C.), non hanno mai del tutto separato Dio da Cesare (Mt 22,21), deificando Cesare o cesarizzando Dio.

Distinguendo, dunque, i cristiani soltanto di nome, dai cristiani che hanno fatto un’esperienza personale dell’amore di Dio - una minoranza in tutti i tempi - questi ultimi hanno anche sperimentato il senso della propria estraneità dal mondo, dai suoi interessi, valori, scopi. I cristiani, infatti, ossia i seguaci degli insegnamenti del Cristo, di fatto non sono più cittadini di questo mondo (Fil 3,20), poiché non hanno più un regno in questo mondo (Gv 18,36). Le persecuzioni non cessarono con la morte di Nerone; questo dimostra che i Romani avevano ben compreso la natura del cristianesimo, una natura nemica di quella “umana”, cioè terrena (hostis humani generis).

I cristiani, poiché non sono del mondo (Gv 17,14), hanno sempre saputo di non avere diritti da rivendicare o da tutelare; oggi sanno di essere appena tollerati nei paesi pur tradizionalmente definiti cristiani; sanno anche che nel prossimo futuro saranno odiati da tutti i popoli a causa del nome di Gesù (Mt 24,9). Perciò l’apostolo raccomanda alle assemblee: «… che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio» (1Tim 2,2).

I cristiani non hanno neppure patrie con confini da estendere, o da difendere; non hanno nemici da combattere, né infedeli da eliminare dalla faccia della terra, né pagani da convertire, poiché quest’ultimo è il compito dello Spirito di Dio (Gv 16,8). Ai cristiani è stato chiesto soltanto di essere testimoni della risurrezione di Cristo (At 1,8).

Ogni uomo, infatti, converte l’altro ai propri pensieri e alle proprie vie, indottrinandolo e fanatizzandolo. Gesù stesso mette in guardia dal desiderio di fare proselitismo, dicendo:

 «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geènna due volte più di voi» (Mt23,15). «I miei pensieri – dice il Signore – non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55,8).

Il cristianesimo non è una religione, ma è uno stile di vita ispirato dall’amore di Dio «riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Tutta l’opera di Gesù, l’Unto del Signore (Gv 6,27), è la dichiarazione dell’amore del Padre per i suoi figli (Gv 3,16). Il cristianesimo, fiammadunque, non è una dottrina da imparare a memoria, né un galateo di comportamento, né una serie di precetti da osservare, ma è un’esperienza di innamoramento, capace di introdurre il credente nella dimensione dello Spirito, trasformandolo in una “nuova creazione”. Non un amore generico, di solito confuso con una qualche forma di simpatia, attrazione, infatuazione, o passione, ma un amore nudo, cioè svestito di ogni emotività e sentimentalismo, ma sentito e vissuto come una naturale e spontanea forza che spinge a desiderare il bene dell’altro per amore del Bene. Non è vero amore quello che sentiamo per le altre persone, il vero amore è quello che sentiamo per il Bene, espressione di Dio, che si desidera comunicare e far conoscere a tutti gli altri. È un amore generativo che Dio, il Padre, ci fa conoscere anche nella sfera naturale nell’amore del bene che i genitori desiderano per i figli. In breve, si tratta dell’amore che sentiamo per il bene che è in noi e che desideriamo riversare nei figli, o negli altri.

 «Perciò – scrive Paolo – se qualcuno è in Cristo, egli è una nuova creazione (kainè ktísis); le cose vecchie sono passate, ecco sono diventate nuove» (2Cor 5,17).

 Infine, è lo stesso Gesù, rivolgendosi a Pietro che nel Getsèmani voleva difenderlo, a dire: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno» (Mt 26,52). Il seguace di Cristo, pertanto, si lascia piuttosto assassinare che diventare assassino; per lui, la sola “giusta causa” è «guadagnare Cristo» (Fil 3,8), perciò i primi cristiani morivano cantando. Il mondo con la sua scienza, con le sue ideologie, con i suoi problemi, con i suoi piaceri, con le sue seduzioni, con le sue ricchezze, in confronto a Cristo – come dice Paolo – è soltanto “spazzatura” (skúbala) (Fil 3,8).

Se siamo cristiani, noi non siamo più del mondo (Gv 15,19), come anche l’apostolo Paolo precisa:

 «Se dunque siamo risorti con Cristo, cerchiamo le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgiamo il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Noi infatti siamo morti e la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, nostra vita, sarà manifestato, allora anche noi appariremo con lui nella gloria» (Col 3,1).

Questa semplice pericope è sufficiente a definire la natura, il carattere e l’opera del cristiano, che non ha nulla a che fare con le fazioni, i partiti, le correnti, i movimenti, le sette che dividono gli uomini, mettendo gli uni contro gli altri.

*

Tuttavia, esiste anche un jihâd cristiano, se intendiamo tale termine nel suo significato originale, o meglio nel suo primitivo utilizzo. Il jihâd, infatti, è prioritariamente lo “sforzo” che ogni musulmano, soprattutto al tempo della prima predicazione di Maometto, doveva attuare, impegnandosi nell’adesione alla nuova fede e resistendo alle pressioni di dissuasione esercitate da congiunti e parenti.

Scrive l’esperto del mondo islamico Lorenzo Declich in Islam in 20 parole: «Nel Corano con “jihâd” si indica lo sforzo che i musulmani sono tenuti a compiere per la difesa e la diffusione della religione, a livello sia individuale sia collettivo. Non significa, dunque, esattamente guerra»1.

Questo termine, dunque, è stato usato all’inizio nell’accezione di tensione morale e spirituale per il miglioramento del singolo e per la preservazione della comunità dei credenti (l’ummah).

Soltanto in seguito, dopo l’emigrazione (egira) nell’anno di grazia 622 a Yathrib (Medina), e con l’assunzione da parte di Maometto del ruolo di condottiero, il termine jihâd ha acquisito il significato di guerra, o di lotta sia in difesa della nuova fede, sia per riconquistare, anche con l’uso delle armi, la Mecca, «rimasta nelle mani degli indifferenti e dei nemici»2, i quali avrebbero costretto i musulmani a fuggire dalla loro città. Jihâd da “testimonianza” di una fede è così diventato impegno totale alla causa dell’Islam. «Ma tu non obbedire a quelli che rifiutano la Fede, ma combattili con la Parola, in guerra grande»3. Il passaggio dal combattimento a livello verbale al combattimento vero e proprio, cioè con le armi, fu un naturale sviluppo.

«Ma quelli che lotteranno zelanti per Noi, li guideremo per le Nostre vie, e certo Dio è con coloro che operano il bene»4.

Termini derivati dalla radice jhd – annota l’islamista Paolo Branca – si ritrovano con sempre maggior frequenza nelle sure riferite alla guerra contro i meccani, assumendo «un significato più preciso rispetto a quello delle fasi precedenti, abbinando quasi sempre il concetto di emigrazione con quello della disponibilità a combattere»4.

L’ultima sura in senso cronologico, la quinta, recita: «O voi che credete, temete Dio e cercate il modo di giungere a Lui, e lottate per la Sua Causa, affinché possiate prosperare»5.

Nei tempi più recenti, il concetto di jihâd ha assunto sostanzialmente il significato di guerra, o di un atto di offesa rivolta contro i “nemici” dell’Islam. Esso è stato elaborato al punto da diventare una corrente di pensiero, o meglio una dottrina, che giustifica qualunque azione, per quanto esecrabile, per mantenere l’Islam libero da ogni influenza estranea al suo pensiero e alla sua tradizione.

Il mondo occidentale con i suoi antichi valori cristiani di libertà (Gv 8,32), uguaglianza (Gal 3,28) e fraternità (Mt 23,8) riletti e applicati in chiave laica, cioè senza riferimento a Dio, ha trasformato la libertà in libertinaggio, l’uguaglianza in aspecificità, la fraternità in solidarietà per una reciproca protezione. Il cristiano si è rassegnato, il musulmano no.

Tuttavia, sia nel primo Islam, sia nel cristianesimo si trova una medesima esortazione, rivolta al credente, a un impegno che comporta uno sforzo alla conversione e al proprio perfezionamento, mediante un’adesione definitiva e assoluta alla propria fede: in particolare, da parte dei musulmani alla rivelazione trasmessa dall’arcangelo Gabriele a Maometto, considerato l’ultimo profeta; da parte dei cristiani all’incarnazione della Parola di Dio in Cristo (Gv 1,14), sul quale il Padre, Dio, «ha messo il suo sigillo» (Gv 6,27), dicendo: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo!» (Mt 17,5). Nei Vangeli, l’idea di sforzo è espressa da Gesù stesso, nel passo riferito alla porta stretta.

 «Passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Disse loro: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno» (Lc 13,22-24).

“Sforzatevi” (gr. agōnízesthe da agōnízomai), si tratta di uno sforzo che impegna l’individuo in una vera lotta, o combattimento spirituale, per sradicarsi dal mondo delle tenebre e proiettarsi nel regno dei cieli. La sequela di Gesù comporta una violenza da esercitare contro sé stessi; in nessun caso contro gli altri.

La lotta del cristiano è sempre stata intesa come resistenza ai desideri della carne, al fascino del mondo, e alle suggestioni demoniache.

Questo concetto, nel Cristianesimo, non poteva subire una trasformazione di significato come è avvenuto nell’Islam, poiché la conversione resta, in ogni tempo, per il cristiano l’opera più ardua che un uomo possa compiere, ed è considerata il miracolo più grande che un essere umano possa sperimentare nella sua vita.

Se Dio ci ordinasse di odiare e uccidere i nemici, saremmo tutti salvi; sappiamo odiare senza che nessuno ci insegni né come né quanto odiare. Ma il nostro Dio ci comanda di amare i nemici (Mt 5,44), e noi siamo perduti. L’amore ha il colore azzurro del cielo, l’uomo (Adàm) ha il colore rosso della terra (adamàh).

 «Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,46).

Diventare perfetti come Dio Padre, ecco quale grande sforzo Gesù chiede ai suoi. Se ci soffermassimo a meditare questo comandamento del Signore saremmo sorpresi da vertigine, smarrimento e sgomento senza limiti; poiché chi può essere come Dio? D’altronde, per diventare perfetti come il Padre dobbiamo amarlo, come richiede il primo comandamento:

 «Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza» (Mc 12, 29-30).

Possiamo noi, impiegando tutte le nostre forze, giungere ad amare Dio in questo modo? No, se le forze sono le nostre forze; sì, se abbiamo ricevuto lo Spirito di Dio, Spirito di consiglio e di forza (Is 11,2). In questo caso soltanto noi potremo, con Paolo, esclamare: «Ogni cosa io posso in Colui che mi rende forte» (Fil 4,13).

Arrendersi all’amore di Dio, manifestato in Gesù (Gv 3,16), è per l’uomo la cosa più difficile da compiere. La conversione per il cristiano non è un atto mentale, un credo, o una dottrina, o una formula da recitare; non consiste in una pratica, o in una serie di prescrizioni da osservare. La conversione non è un evento della mente, ma è un moto del cuore. Mai infatti la mente supererebbe lo scandalo della croce o la follia di un Dio che si fa uomo; ma quale pensiero, o timore, potrebbe fermare un cuore innamorato?

Per il cristiano, convertirsi significa udire la chiamata di Dio, lasciare tutto, e seguire Cristo (Lc 14,33). Dio è colui che chiama, come ha chiamato Abramo (Gen 12,1-4), che lasciò tutto senza sapere dove andava (Eb 11,8). Dio chiama ognuno, in molti modi, sta a noi rispondere alla Sua chiamata, deporre il peso della vita e correre lungo “la via detta diritta”.

Nessun uomo può salvarsi con un semplice atto della sua volontà, poiché la salvezza per il cristiano non è in base ai meriti acquisiti, o per le opere meritorie compiute; la salvezza è per grazia, si ottiene con un semplice sì! La domanda che Dio rivolge ancora oggi a ogni uomo è: «Vuoi guarire?» (Gv 5,6). La salvezza è opera di Dio, compiuta mediante la croce; riceverla dipende da noi.

 «Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo» (Ef 2,8-10).

Per fede Abramo fu dichiarato giusto, perciò egli è nostro padre, ossia padre di coloro che per fede ottengono la giustizia di Dio (Rm 4,11). I cristiani non sono mai stati molti. Molti sono coloro che si dichiarano tali, ma pochi sono gli “eletti” (Mt 22,14). Come al tempo di Gesù, molti lo seguivano, gli stessi che davanti al pretorio hanno gridato a Pilato di crocifiggerlo (Mc 15,13). Dopo la conversione, nessun altro sforzo è richiesto al cristiano, poiché dolce è il giogo di Cristo, leggero è il suo carico (Mt 11,30). Il convertito a Cristo è un innamorato. Ora, per chi non è innamorato, anche un semplice saluto dato senza amore è uno sforzo, ma per chi è innamorato non esistono né sforzi né sacrifici, ma in proporzione agli sforzi compiuti aumenta la gioia.

In conclusione, Jihâd islamico e agòne cristiano si riferiscono entrambi a un impegno totale del credente. Cristiani e musulmani sono chiamati ad anteporre Dio ai propri beni, ai propri affetti, e persino alla propria vita, versando il proprio sangue, pur di non rinunciare alla fede e alla salvezza della loro anima. Lo sforzo dell’uno come dell’altro è volto al rinnegamento di sé stessi. Gesù, in particolare, avverte quanti vogliono diventare suoi discepoli circa l’impegno che devono assumere:

 «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli» (Mt 16,24-27).

*

Anche il concetto di “martirio” appare identico nell’Islam, almeno ai suoi inizi, e nel Cristianesimo. Martire (gr. μάρτυς) significa “testimone”. I primi martiri, vale a dire testimoni di Cristo, della sua morte e della sua risurrezione, furono gli apostoli. In seguito, furono chiamati martiri quanti affrontavano la morte, dando prova della loro fede. Esempi simili di martirio si ritrovano in entrambe le religioni.

La prima martire dell’Islam è la schiava Sumaiyah; costei, diventata musulmana, fu condotta dal suo padrone Abu-Jahl in piazza e, qui, davanti a tutti, fu uccisa, trafitta con una lancia. Martire fu anche uno dei figli del precedente matrimonio di Kadidja, la moglie di Maometto, il quale fu ucciso mentre era in preghiera6.

Il primo musulmano a reagire alle vessazioni subite da parte dei denigratori dell’Islam fu un nipote di Amina, la madre di Maometto. Virgil Gheorghiu riporta l’episodio com’è stato raccontato:

 «Un giorno andammo al nascondiglio di Abu-Dubb. Vi facemmo le abluzioni e celebrammo il rito collettivo, badando che nessuno ci vedesse. I Quraish ci cercavano. Abu-Sufian, Al Aknas-ibn-Chariq ed altri ci scoprirono. Cominciarono ad ingiuriarci. Volarono parole grosse, poi si arrivò ai fatti. Io trovai un osso di cammello vicino a me, e sferrai un colpo a uno dei pagani ferendolo gravemente. Fuggirono. Fui così il primo dell’Islam a versare il sangue sulla via di Dio»7.

Anche molti sedicenti cristiani, nel corso della storia, hanno versato sangue altrui, talora servendosi del nome di Dio per mascherare interessi personali, ma non c’è una sola parola nei Vangeli che giustifichi un tale comportamento. In ogni caso, tali presunti cristiani a qualunque denominazione cristiana siano appartenuti, non furono mai insigniti del titolo di martire. Il comandamento biblico è chiaro: «Non uccidere» (Es 20,13). Gesù va oltre e dice:

 «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,43).

Virgil Gheorghiu, a questo punto, si pone due domande e dà due risposte: «Ci si potrebbe chiedere: Dio ha bisogno del sangue di coloro che non credono? Certamente no. Si può arrivare a Dio senza versare del sangue? Certamente sì»8.

Gesù è il Principe della pace (Is 9,5), e il Principe della vita (At 3,15). Per il cristiano, seguace di Cristo, martire è colui che accetta di essere messo a morte, sigillando la propria fede, piuttosto che rinnegare il suo Signore. Infatti è scritto: «Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli» (Mt 10,33). Lo sforzo del cristiano, tuttavia, non è soltanto di vincere la paura della morte, ma anche di vincere la tentazione di odiare i propri assassini. Resistere all’odio di chi ci odia, amare chi ci perseguita, perdonare chi ci uccide è il nostro “sforzo”, o jihâd.

Un esempio tra i più belli di “resistenza” (o jihadismo) del cristiano ci è offerto dal martirio di Stefano, che fu lapidato per aver testimoniato la messianicità del Nazareno.

 «All’udire queste cose, erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano. Ma egli, pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio e disse: “Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”. Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli i piedi di un giovane, chiamato Saulo. E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”. Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: “Signore, non imputare loro questo peccato”. Detto questo morì» (At 7,54-60).

Gesù esorta i suoi discepoli a non stancarsi di pregare (Lc 18,1), a non scoraggiarsi di fronte al male, a persistere nel fare il bene (2Tess 3,13), e a vincere il male con il bene (Rm 12,21). La sua preoccupazione è costante, ed è una preoccupazione che si estende a tutti gli uomini, poiché egli vuole la salvezza di tutti, senza distinzione alcuna (1Tim 2,4), poiché tutti gli uomini davanti a lui, qualunque sia la religione professata, sono peccatori (Rm 3,23). Gesù non divide l’umanità in buoni e cattivi, fedeli e infedeli, ma in salvati e in non ancora salvati, verso i quali i suoi seguaci devono rivolgersi, affinché arrivi a tutti, non un insegnamento, una dottrina, una pratica, ma l’amore di Dio Padre. L’amore è la sola forza che, mediante l’esperienza dell’innamoramento, trasforma l’intera architettura del nostro cervello, riorganizzando la nostra mente, il nostro cuore, i nostri sentimenti, pensieri e comportamenti.

 «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano» (Mt 7,13-14).

Il Dio dei cristiani, il quale è il Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, è un Dio che si rivela all’uomo, ma è anche un Dio che chiede una relazione con l’uomo, un rapporto personale. Tale rapporto, tuttavia, s’instaura gradualmente, passando da un rapporto simile a quello che s’instaura tra un servo e il suo padrone al rapporto che c’è un padre e suo figlio. È in vista di un tale rapporto che il credente è esortato a sforzarsi, e rendere sicura la propria chiamata. Leggiamo in Pietro:

 «Quindi, fratelli, cercate di rendere sempre più salda la vostra chiamata e la scelta che Dio ha fatto di voi. Se farete questo non cadrete mai. Così infatti vi sarà ampiamente aperto l’ingresso nel regno eterno del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo» (2Pt 1,10).

Lett. «Perciò ancor più, fratelli, adoperatevi, (o sforzatevi: gr. spoudásate) a rendere ferma la vostra chiamata e (la vostra) elezione».

Dio si apre all’uomo, ma l’uomo deve abbandonarsi a Dio fino al punto da divenire egli stesso un «sacrificio vivente» (Rm 12,1).

A Gerusalemme c’era una porta, chiamata “Porta delle Pecore”, situata sul lato Nord-Est del muro9. Anche questa è stata distrutta dall’esercito babilonese, e ricostruita con le altre porte al tempo di Nehemia; fu la prima porta a essere riparata e fu l’unica a essere consacrata. Essa portava al Tempio, e per questa porta passavano le pecore per il sacrificio. Ora, a questa porta, la porta stretta che porta all’altare del sacrificio, fa riferimento Gesù, quando esclama:

 «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere, e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,7-10).

Il jihâd o agòne cristiano vuole dire anche resistere al ladro, cioè il diavolo, che vuole derubarci, ucciderci, distruggerci. La resistenza al ladro si mette in atto quando ci sforziamo a mettere in pratica la parola di Dio. La lezione di Gesù va oltre ogni logica umana, supera ogni sapienza terrena, ed è contro ogni interesse personale; infatti dice:

 «Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due, Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle» (Mt 5, 39-42).

Noi tutti, dunque, che abbiamo creduto in Cristo Gesù, dobbiamo rispondere al suo appello e iniziare il nostro combattimento, il nostro jihâd, che non è contro uomini diversi da noi per cultura, o per luogo di nascita, o per credo religioso; non è contro neppure le persone che violano i nostri valori, le nostre conquiste sociali, i nostri diritti; non è contro infine quanti ci sono nemici, quanti giurano di distruggerci, o quanti compiono stragi, insanguinando le piazze delle nostre città. Il nostro combattimento è contro «i Principati e le Potenze, contro i Dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli Spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Ef 6,12).

Abbiamo, dunque, anche noi cristiani una battaglia da combattere, una battaglia a lungo sottostimata o addirittura ignorata, ma che è ormai tempo di considerare. I nostri nemici non sono facili da individuare, poiché non sono di “carne e sangue”, ma sono esseri spirituali, schiere angeliche, che estendono la loro influenza sugli uomini. A queste entità Gesù fa riferimento quando accusa i Giudei di fare le opere non di Abramo, ma del padre loro (Gv 8,42-44).

La nostra guerra (jihâd), ripeto, non è contro un’ideologia, contro una concezione di vita, e ancor meno contro altri esseri umani. Bisogna inoltre precisare che a combattere la nostra guerra non siamo noi, ma è lo Spirito di Dio che abita in noi (1Cor 6,19). Infine, la nostra guerra non si svolge in qualche luogo della terra, ma nei luoghi celesti.

Ora il principe di questo mondo ha arruolato ventimila uomini; noi siamo in diecimila (Lc 14,31). Dobbiamo valutare se possiamo affrontare il Nemico e vincere.

Vincere per il cristiano vuole dire chiudere le porte dell’inferno e liberare coloro che ne subiscono l’influenza, trasformandoli in persone amiche. Sta a noi aprire le porte del paradiso, poiché ci è stato dato il potere, come “comunità dei credenti” (ummah), di chiudere e di aprire, di sciogliere e di legare (Mt 18,18). «Abbiate coraggio – esorta Gesù – io ho vinto il mondo» (Gv 16,33); e più ancora del mondo, egli ha vinto la morte (1Cor 15,55). Possiamo dunque affrontare il nostro nemico, poiché è un nemico già sconfitto. Dio stesso ha inchiodato sulla croce il documento scritto contro di noi, e avendo privato della loro forza «i Principati e le Potenze, ne ha fatto pubblico spettacolo, trionfando su di loro in Cristo» (Col 2,15). Noi siamo dunque «più che vincitori grazie a colui (Dio) che ci ha amati» (Rm 8,37). Se soltanto comprendessimo quel che è scritto nei libri che recano la Buona Notizia della vittoria di Dio sul male esulteremmo di gioia per la nostra salvezza, e ci “armeremmo” per liberare quanti sono ancora schiavi dell’odio, dell’invidia e dell’ira.

Poiché c’è un combattimento, anche per il cristiano è previsto un equipaggiamento militare. L’apostolo Paolo, infatti, esorta, prima di ingaggiare battaglia, a indossare la completa armatura di Dio, un’armatura naturalmente spirituale (Ef 6,13-18). Il nemico è stato vinto, ma è ancora libero, sciolto dalle catene (Ap 20,1); sapendo di avere poco tempo (Ap 12,12), reagirà con furia, minacciando morte e spirando maggiori stragi. Paolo conosceva molto bene questi esseri spirituali che ispirano un culto di morte; fu lui infatti il primo terrorista contro i cristiani (At 9,1). Egli perseguitava Dio, al grido “Non c’è Dio all’infuori del nostro Dio!”, finché dal cielo Dio stesso gli parlò: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4).

Il cristiano, dunque, prima di intraprendere questa battaglia deve assicurarsi di aver preso e indossato le parti utili a difendere la fede, poiché la nostra fede vince su ogni cosa; è scritto infatti: «Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede» (1Gv 5,4).

 «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo considerati come pecore da macello.

Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,35-39).

Dio ha manifestato la sua giustizia, che si ottiene per mezzo della fede in Gesù Cristo (Rm 3,24). È una giustizia indipendente dalla legge, tuttavia soddisfa pienamente la legge, che esige la morte dell’uomo. Il debito di una vita innocente come la vita di Adamo prima della ribellione, è stato pagato dall’unigenito Figlio (Gv 1,18; 3,16).

In quest’impresa, il Nemico tenterà in tutti i modi di farci dubitare dell’efficacia del sacrificio compiuto sul Golgota per noi. Ci ricorderà tutti i nostri errori, cominciando dagli ultimi e risalendo fino a quelli della nostra infanzia più lontana. Tenterà in tutti i modi di toglierci la pace.

Per proteggere la propria fede e non soccombere sotto il peso dei sensi di colpa, il credente deve sapere che Dio lo ha da sempre conosciuto, lo ha predestinato a essere a immagine del Figlio suo, lo ha chiamato, lo ha giustificato e lo ha già glorificato in Cristo (Rm 8,29-30). Più nessuno potrà accusarlo, né la legge (Gal 3,10-14), né Satana (Ap 12,10-11), né la propria coscienza (1Gv 3,20), poiché è Dio stesso che lo dichiara giusto (Rm 8,30-34), rendendo la sua anima più bianca della neve (Is 1,18). Per il credente in Cristo, non c’è più sacrificio per il peccato, poiché non c’è più colpa né condanna (Rm 8,1).

 «Chi è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. Ma chi è colui che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?» (1Gv 5,4-5).

Il primo pensiero è che Dio è un Dio Salvatore: questo è il più bel nome di Dio, e la sua opera più grande. Il suo nome è Gesù, poiché «salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21).

Il secondo pensiero è che noi siamo salvati in virtù del sangue di Cristo Gesù, poiché è scritto:

 «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (At 4,12).

Il terzo pensiero da custodire riguarda la nostra fede in questo nome, fonte della salvezza (Tito 2,11), poiché avverrà che: «chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (At 2,21).

Sta scritto infatti:

 «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12).

Quando lo Spirito di Dio parla, la sua parola di pace uccide l’odio, la sua parola di perdono uccide la colpa, la sua parola di amore uccide persino il ricordo del peccato.

Chi vuole diventare soldato di Gesù (2Tim 2,3), il Principe della vera pace (Is 9,5), deve essere dunque arruolato e addestrato. Deve essere fortificato nel Signore e nel vigore della sua potenza; deve, inoltre, conoscere le insidie dell’avversario, il diavolo, per non fuggire al primo scontro (Ef 6,10).

L’inferno è stato aperto, il diavolo è stato liberato e sta seminando ovunque zizzania, ossia discordia, dissapore, contrasto, malcontento. Anche lui ha una vendemmia da fare. La sua strategia è mettere gli uomini contro Dio, e Dio contro gli uomini. Agli uomini dice: «Come! Dio vi ha davvero detto: “Non dovete fare quello che volete”?» (Gen 3,1). E a Dio dice: «L’uomo ti ha ormai maledetto e rinnegato in faccia» (Gb 1,11). Il suo tentativo è dividere il mondo; a una parte promette libertà da Dio, all’altra parte promette il favore di Dio.

«Allora parlarono tra loro i timorati di Dio. Il Signore porse l’orecchio e li ascoltò: un libro di memorie fu scritto davanti a lui per coloro che lo temono e che onorano il suo nome» (Mal 3,16).

Questo è il tempo di correre al nostro arsenale di guerra; questo è il tempo di essere fermi nella pazienza, forti nella fede, continui nell’adorazione, perseveranti nella preghiera, insistenti nelle suppliche, tenaci nelle veglie, resistenti nei digiuni, poiché queste sono le nostre armi (Ef 6,18), in questo sta la nostra “forza”.

 «In realtà – scrive Paolo ai Corinzi – noi viviamo nella carne, ma non combattiamo secondo criteri umani. Infatti le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni arroganza che si leva contro la conoscenza di Dio, e sottomettendo ogni intelligenza all’obbedienza di Cristo» (2Cor 10,3-5).

Se ci siamo armati, dunque, possiamo affrontare con diecimila uomini colui che viene ci incontro con ventimila uomini, per rubare, uccidere, e distruggere. Lui ci viene incontro nella notte, con una turba armata di spade e bastoni (Mt 26,47), noi siamo nella luce del sole, armati di preghiere. Accostiamoci, dunque, con fiducia certa al trono del nostro Salvatore e chiediamo il suo aiuto e la sua forza per perdonare, per intercedere, e per amare quanti sono prigionieri e schiavi del Nemico di tutti gli uomini, nemico nostro e nemico loro.

Preghiamo dunque il Dio che si rivelò ad Abramo, il Dio che lo benedisse, e benedice chi lo benedice, poiché in lui saranno benedette tutte le famiglie della terra (Gen 12,3).

Preghiamo questo Dio perché disarmi i cuori del desiderio di uccidere chi uccide nel suo Nome (Gv 8,44a).

Preghiamo questo Dio perché liberi le anime dall’odio quanti inconsapevolmente sono al servizio della “menzogna” (Gv 8,44b).

Preghiamo questo Dio perché faccia sentire il suo amore a quanti portano morte, credendo di rendere un culto al Dio che ama (Gv 16,2).

 Signore, tu che non ti vergogni di chiamarci fratelli (Eb 2,11) e figli (1Gv 3,2), lascia che ci accostiamo al trono della tua grazia, cosparsi del sangue di Gesù, perché possiamo versare ai tuoi piedi la nostra supplica per questa umanità smarrita. Noi abbiamo violato la tua Legge, abbiamo devastato il tuo creato, ti abbiamo esiliato dal tuo Eden, abbiamo distrutto il tuo tempio (1Cor 3,16), abbiamo smembrato il corpo di Cristo (1Cor 6,15), e abbiamo fatto scempio dei corpi dei nostri fratelli.

Da Babilonia ci rivolgiamo a te: Riporta il tuo residuo a Gerusalemme, la desolata, facci entrare per la porta stretta e fa di noi riparatori di brecce, sentinelle a guardia delle sue mura, e costruttori dell’altare per offrirvi sacrifici. Sono sacrifici di pentimento (Sal 51,17), di giustizia (Sal 4,5), di ringraziamento (1Cr 16,2), e di lode (Sal 56,12). Quando tu volgerai il tuo volto verso di noi, noi sapremo e intoneremo il canto della nostra liberazione e del nostro jihâd:

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Tu sei grande, o Dio,

perché ami tutti gli uomini

e vuoi che tutti ti cerchino,

ti conoscano e si salvino.

Tu hai creato ogni cosa per il bene,

e per il bene ogni cosa avviene,

poiché tutto coopera alla tua gloria.

Tu sei giusto, o Signore,

perché ami con una sola misura

chi ti teme e chi ti rinnega,

chi ti conosce, e chi nulla sa di te;

tu ami il fiore e ami la sua spina.

Noi ti ringraziamo, o Dio,

perché sei il Dio di tutti,

di chi nel tuo nome uccide

e di chi per il tuo nome muore;

di chi nel cuore ha la morte,

e di chi ti ha ucciso nel suo cuore.

Noi ti lodiamo, o Dio,

perché sei più di un profeta,

sei più di un modello e di un maestro,

sei più di un amico e di un fratello;

ti lodiamo, perché tu sei Padre,

Il Padre nostro che è nei cieli.

E ora, o Padre,

per la dolorosa passione di Gesù,

ti chiediamo di udire il grido del tuo popolo,

di venire sulle brecce del mondo,

di scendere tra le rovine della terra.

Non distinguere il grido del torturato,

del perseguitato, della vittima,

da quello di chi tortura,

perseguita e assassina,

perché uno solo è il dolore.

Più di Abele soffre Caino,

e più di Abele,

Caino magnifica la tua misericordia.

Ora, o Signore, santifica il tuo Nome,

e non più,

non più nel tuo Nome

si invochi la morte;

nome dato agli uomini

per la gioia, per la pace e per la vita eterna,

perché tutti si scoprano fratelli

di un solo Padre e un solo Dio.

Note bibliografiche

1 Declich, L., Islam in 20 parole, Laterza, Roma-Bari, 2016, p. 54.
2 Branca, P., Il Corano. Il Libro sacro della civiltà islamica, il Mulino, Bologna, 2016, p. 47.
3 Corano 25,52 in Paolo Branca, op. cit. p. 47.
4 Corano 29,69. Idem, p. 48.
5 Corano 5,35. Tr. di H.R. Piccardo, Newton & Compton Editori, Roma, 1994.
6Virgil Gheorghiu, La vita di Maometto, Garzanti, Milano 1991.
7 Virgil Gheorghiu, op. cit. p. 103.
8 Idem.
9 Le altre porte erano: Porta dei Pesci, Porta Vecchia, Porta della Valle, Porta del Letame, Porta della Sorgente, Porta delle Acque, Porta dei Cavalli (Ne 3,27-32).

© Torino, 30 aprile 2017