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Il pensiero di annunciare Cristo deve diventare un canto nell'anima ...
(P. Giuseppe Maria)

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 Abbà, Padre

È con gioia che Gesù affronta questo cammino; lo Spirito lo avvolge, lo separa dal resto del mondo. Il suo andare sembra piuttosto un correre, sembra l’uscita di Israele dalle acque del Mar Rosso.

Gesù, uscito dalle acque, non ha nulla con sé; si è spogliato delle sue “vesti”, delle vesti che indossava nel mondo, della sua identità e, con la sola Parola del Padre: “Tu sei il mio diletto figliolo, oggi ti ho generato” (Sal 2:7), “Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto” (Mc 1:9), va ove nessuno sa. Gesù è nato dall’acqua, il Padre lo ha dichiarato Figlio; è nato dallo Spirito, e dallo Spirito è portato via (v. Gv 3:8). Gesù solo può dunque entrare nel regno di Dio. Del primo Adamo è scritto che “il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden (Gn 2:15); del secondo Adamo i Vangeli raccontano che fu condotto nel deserto.

 Il regno di Dio è un deserto; tale infatti appare, se visto con occhi umani. Nessun uomo può desiderarlo se prima non rinasce d’acqua e di Spirito.

Nel deserto si entra nudi; è necessario liberarsi di ogni ricchezza del mondo, di ogni peso e fardello che fatalmente rallenterebbero il nostro cammino. Gesù si inoltra nel deserto senza provviste. Egli è andato nella libertà delle rondini del cielo e nella semplicità di un giglio di campo. Se noi non rimettiamo la nostra vita nelle mani del Padre, senza timore di quel che mangeremo o di quel che vestiremo (v. Mt 6:25), non entreremo nel regno di Dio che per il mondo è un deserto. Per colui che è nello Spirito, vivere o morire è tutt’uno, poiché “sia che viviamo, sia che moriamo, noi siamo del Signore” (Rom 14:8b).

In quel deserto Gesù camminò fino al calar del sole, poi si fermò e fu solo.

Nel deserto ogni opera è inutile, ogni pensiero è vano; lì non c’è tempo, non ci sono stagioni, c’è un solo giorno, il primo giorno fatto solo di luce e di tenebre. Quando l’uomo smarrisce l’illusione del mondo ecco infine la solitudine, l’esperienza di chi muore, non al mondo ma a se stesso. Veramente solo è chi è straniero nel proprio cuore.

muore, non al mondo ma a se stesso. Veramente solo è chi è straniero nel proprio cuore.

Certamente, nel deserto, Gesù pregò per la maggior parte del tempo, fino a quando il silenzio intorno non gli entrò nell’animo; “Abba, Padre” è la preghiera di chi non ha più nulla; è la preghiera di chi più nulla ha da dire; è la preghiera delle rondini che volano, dei gigli che fioriscono, delle stelle che affollano la notte. “Contale se puoi”, aveva detto un giorno Dio ad Abrahamo, Gesù le contava […]. Egli le chiamava tutte per nome.

Gesù ha sopportato l’arsura del cielo, di un cielo lontano, muto, rovente, ed ha affrontato “il terrore delle notti” immerso nella preghiera; una preghiera incessante, sempre uguale, che scaturiva dalla sua anima come un fiotto di acqua viva:

 “Padre mio che dal cielo ascolti,

  sia manifestato il tuo Nome,

  venga sul mondo la tua luce, si compia ogni tuo desiderio

 come tra gli angeli così tra gli uomini, donami ora il tuo pane...”

 (Rocco Quaglia, Gli incontri di Gesù. La tentazione, ed. Sharòn 1999, pp. 28-30).