Imparare a credere
A dieci anni dalla scomparsa del teologo Franco Ardusso (1935-2005),  lo vogliamo ricordare con un suo scritto.
Al termine del discorso sull'atto di fede mi sembrano opportune alcune brevi annotazioni sulla pedagogia della fede. È qui che potrebbero trovare spazio tutte quelle vo­ci che, talora in modo un po' in confuso, ripetono che la fe­de è affare del sentimento e del cuore più che dell'intelli­genza. Fino a che punto ci si possa appellare alle «ragioni del cuore»

di Pascal, che qualcuno ha chiamato «il padre della teoria della credenza volontaria»,è una questione che qui non possiamo dibattere.Degno di grande atten­zione, in vista di una pedagogia della fede, è quello che alcuni chiamano l'aspetto affettivo della conoscenza e la necessaria collaborazione d'intelligenza e di volontà. Di qui deriva innanzitutto che non è possibile far percepire la credibilità della fede soltanto per via astratta e intellet­tuale. I buoni ragionamenti possono sbarazzare il terreno da pregiudizi, possono contribuire alla corretta imposta­zione dei problemi, servono a discutere le obiezioni. Tut­tavia, la vera conoscenza di Gesù Cristo si verificherà so­lo se non ci si arresterà a questo livello. Conoscere qual­cuno significa sempre anche accoglierlo con amore e sim­patia, permettergli di entrare nella propria vita, accettar­lo nella sua diversità. Per questo motivo la fede normal­mente viene appresa non tanto in base a ragionamenti o a prove scientifiche, bensì mediante il contatto con perso­ne e gruppi che vivono intensamente la loro adesione a Cri­sto. Sono soprattutto i testimoni che hanno forza persua­siva. Paolo VI scrisse nella Evangelii nuntiandi che «l'uo­mo d'oggi apprezza di più i testimoni che i maestri, o, se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni» (n. 41). Alla fede si accede con la mediazione della «compagnia del­la fede» di altri credenti. La tradizione cristiana parla di un'«iniziazione» alla fede. Il momento dottrinale ha la sua importanza, ma non è tutto.

Inoltre giova ricordare che le disposizioni del soggetto giocano un grande ruolo in vista dell'incontro con Gesù Cristo. È stata questa una delle grandi intuizioni di M. Blondel all'inizio del secolo. La psicologia ritiene giusta­mente che la vita intellettuale di una persona possa essere fortemente condizionata dalla sua struttura affettiva. Per il raggiungimento della fede questo può significare che è normalmente necessario un lungo cammino personale di conversione. Bisogna curare e rivedere le proprie disposi­zioni: concezione della verità e della conoscenza, apertura a determinati valori, atteggiamenti intellettuali e morali, stile di vita... Bisogna fare la verità per giungere alla luce (cfr. Gv 3,21). Qui sembrano quanto mai illuminanti le osservazioni di B. Lonergan sulla necessità della triplice conversione intellettuale, morale e religiosa..

Sarà pure necessario riprendere il discorso sulle virtù: l'umiltà, l'abnegazione, la rettitudine, il dono di sé, la gra­tuità, la purezza di cuore, la preghiera... Vorrei insistere su di una disposizione importante, quella dell'apertura e della ricerca. Il vangelo presenta talora le persone che ap­prodano alla fede come persone in ricerca: Nicodemo, Zac­cheo, la samaritana ecc. Chi intraprende il cammino della fede deve rifare con sincerità il cammino seguito dai pri­mi discepoli di Gesù, cercando di sintonizzarsi con i valo­ri da lui vissuti e con le sue scelte di vita. Molto utile si rivela in proposito la lettura degli scritti e delle biogra­fie di quegli autentici cercatori di Dio che sono i santi. Tra le disposizioni da curare in modo particolare vi è la capacità di amare e del dono di sé. La fede cristiana è in­fatti la risposta a un'offerta di amore. Come non si può imparare ad amare che cominciando ad amare, così non si può imparare a credere che cominciando a credere, al­meno con una fede incipiente, fatta di desiderio e di im­plorazione. Alcuni convertiti riferiscono di aver cominciato a pregare prima ancora di credere.

E perché non ricordare, terminando, che Gesù pare aver lasciato un unico grande segno apologetico, quello dell'a­more vicendevole fra i suoi discepoli? Gesù, nelle ultime ore della sua vita terrena, ha infatti pregato il Padre affin­ché i suoi discepoli fossero una cosa sola «in modo che il mondo creda che tu mi hai mandato » (Gv 17,21) e al mo­mento della lavanda dei piedi ha lasciato ai suoi discepoli questa preziosa consegna: «Vi do un comandamento nuo­vo: che vi amiate gli uni gli altri; come io ho amato voi, affinché anche voi vi amiate gli uni gli altri. Da questo ri­conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amo­re gli uni per gli altri» (Gv 13,34s).
(tratto da: Franco Ardusso, Imparare a credere – Le ragioni della fede cristiana, Per una pedagogia della fede)