La Lettera ai Romani è lo scritto più lungo e più importante di tutto l’epistolario paolino, quello più studiato e commentato nella tradizione della Chiesa e quello che più ha influito nella sua storia, sia per fondare la teologia, che per le molte discussioni che ha suscitato ed attualmente è il testo dal quale si riparte nel dialogo ecumenico.

E’ un testo dottrinale, con l’intento di svolgere un discorso teologico completo e sistematico sul contenuto essenziale della fede cristiana.

La Lettera ai Romani è stata dettata da Paolo presumibilmente nella primavera dell’anno 57 d.C.
Questa Lettera è nata per preparare la sua visita in una comunità dove non era mai stato, ma gli dà anche l’occasione per riprendere, in modo ragionato e completo, quanto sosteneva nelle accese discussioni con i giudaizzanti.

Nella struttura di questa lettera, notiamo una forte sproporzione tra le due parti di cui essa è composta. 1. La prima parte (1,16 - 11,36) di esposizione dottrinale (dogmatica), ha quasi 11 capitoli. 2. La seconda parte (12,1 – 15,13) di esortazione (parenetica), solo 4 capitoli.

Il brano su fissiamo la nostra attenzione è il seguente:

 Vi esorto, fratelli, per la misericordia dì Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità diquesto secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.
La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell'ospitalità.
Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un'idea troppo alta di voi stessi.
Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il
bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti (12, 1-2; 9-18)

Commento

Il primo aspetto sottolinea il rapporto con Dio: qual è la risposta del cristiano al dono di Dio, quale rapporto stabilire con lui? Questo culto in spirito e verità non è fatto di riti sacri, di preghiere e penitenze, di lunghe meditazioni e di esercizi ascetici, di elemosine e opere pie. Il culto del credente in Cristo è quello che viene dalla vita quotidiana, da tutte le azioni compiute dal cristiano. Culto gradito a Dio è l’offerta della sua vita, del suo corpo, del suo lavoro, dei suoi rapporti con gli altri, delle sue lotte per il bene, della sua vita di famiglia, delle sue sofferenze e malattie, delle sue gioie.

L’Eucaristia stessa e tutti i sacramenti sono segni che nascono dalla vita e celebrano la presenza di Dio nella vita. Se celebrano questo sono vero culto a Dio, altrimenti sono solo riti religiosi incapaci di avvicinare a Dio e spesso senza efficacia per le persone.

Paolo chiede una scelta di fondo: non adattatevi alla mentalità di questo mondo. Il cristiano è per sua natura uno che non segue la mentalità del mondo, della maggioranza; è uno che non fa quello che fanno tutti.

La mentalità del mondo presente, cioè dell’impero romano di allora come quella dell’impero del libero mercato oggi (o degli altri poteri concorrenti) è opposta a quella di Cristo, del suo vangelo.

Chi vuol vivere secondo lo Spirito deve prendere le distanze da questa mentalità, essere critico verso di essa.

Sorge però spontanea una domanda: si può cambiare questo mondo? Sperarlo è un’utopia? E se non si può cambiarlo, bisogna isolarsi in piccoli gruppi elitari di puri o ritirarsi in qualche convento?

Paolo non parla di “cambiare questo mondo”: esso resterà sempre segnato dal peccato e dalle sue schiavitù. Non propone neppure di “fuggire” da questo mondo, come facevano i monaci Esseni o i seguaci di vari movimenti filosofici greci.

Invita a cambiare se stessi: lasciatevi trasformare da Dio con un completo mutamento della vostra mente; invita a un radicale cambiamento di mentalità, di modo di pensare e di ragionare, sostituendo alla logica del mondo la logica di Cristo, all’interesse la gratuità, al potere il servizio, al piacere la gioia (vedi 2Cor 3,18; Col 3,3; Gal 2,20 e 6,14; Fil 1,21).

Questo cambiamento di mentalità ha come conseguenza la capacità di “discernimento”, cioè essere svegli, essere vigilanti, secondo l’invito di Gesù ai discepoli. E’ la capacità di capire la volontà di Dio nei fatti della vita e avere la forza di fare delle scelte coerenti. Allora il cristiano darà lode a Dio con tutta la sua vita e diventerà, in “questo mondo”, un segno del regno dei cieli offerto a tutti gli uomini e già presente in chi vive secondo lo Spirito.

Come Paolo, anche Pietro lega questo culto spirituale alla scelta di prendere le distanze dai desideri (cioè le aspettative, le brame) di questo mondo (visto come tenebre) per vivere in esso come stranieri ed esuli, perché cittadini di un altro regno, il regno della verità, come dirà Gesù a Pilato, legale rappresentante del più potente regno di questo mondo.

Certamente questo impegno a “non conformarsi”, ma a “trasformarsi” non è realizzato una volta per sempre con il battesimo: è il cammino di tutta la vita del cristiano e della stessa Chiesa.

E’ un cammino ancora molto lungo e faticoso, ma essenziale per una riproposta della fede in modo adatto e comprensibile al mondo moderno.

Il secondo aspetto che Paolo prende in considerazione sono i rapporti dei cristiani all’interno della comunità.

La riflessione di Paolo si articola attorno a questi punti.

Dico a ciascuno di non sopravvalutarsi, ma di valutarsi secondo la misura della fede che Dio gli ha dato.

La prima raccomandazione è quella di restare con i piedi per terra, senza esaltazioni. La cosa fondamentale del cristiano è la fede in Cristo, il rapporto con lui, non i doni particolari. Il primo impegno è quello di crescere fino alla statura adulta di Cristo in noi (Ef 4,11-16). vv.4-5: Siamo tutti uniti a Cristo e siamo uniti agli altri come parti di un solo corpo.

Ognuno cerchi di fare bene il suo servizio per la crescita di tutta la comunità. L’amore è la scelta di fondo del cristiano (12,9-21): l’amore fraterno e verso tutti.

Ripropone così un aspetto centrale dell’annuncio di Cristo sull’unico comandamento e sul modo concreto di viverlo (vedi Mt 12,28-34; Lc 10,25-37; Gv 13,31-35).

I primi versetti riguardano i rapporti fra cristiani, gli ultimi versetti i rapporti con gli altri. v.9: Il vostro amore sia sincero. Il termine usato da Paolo indica “senza ipocrisia”, senza doppi fini o interessi personali. L’invito è ad amare in modo semplice, schietto, disinteressato. Questo non è (e non sarà mai) né facile né scontato. 24 v.10: Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno. La reciprocità e la fraternità sono i segni dell’amore cristiano.

Questo vuol dire prima di tutto l’eguaglianza fra tutti, senza “padri” o “madri”, capi o padroni, maestri o dottori, perché voi siete tutti fratelli (Mt 23,8-10).

Vuol dire, poi, la stima degli uni verso gli altri, nella varietà dei doni ricevuti e del proprio ruolo nella comunità, senza false umiltà o sottili ricatti, senza passività o ruoli privilegiati, senza svalutazioni o titoli onorifici.

L’amore porta gioia, responsabilità, libertà. vv.11-12: Siate impegnati, non pigri. L’amore non tollera la pigrizia, il dilazionare, lo scaricabarile, la musoneria.

L’amore è servizio sollecito e attento, fatto con costanza, con tenacia, con gioia. La vita del cristiano è vissuta nella serenità, non nell’esaltazione; nella fortezza, non nell’autoritarismo; nella pazienza, non nella rassegnazione; nella fiducia gioiosa in Dio, non nel calcolo interessato. v.13: Siate pronti ad aiutare chi è nel bisogno.

Chiedete a Dio di benedire quelli che vi perseguitano.

Ora Paolo allarga il suo sguardo a tutti gli uomini, ad ogni persona che il cristiano incontra nella sua vita quotidiana: rispondere al male con il bene, all’offesa con il perdono, all’ingiustizia con un atteggiamento e delle scelte positive, costruttive.

Da notare che Paolo non dice: benedite quelli che…, ma dice di chiedere a Dio la forza di farlo, ben sapendo la difficoltà dell’uomo ad assumere questi atteggiamenti.

Solo la forza della preghiera e la contemplazione dell’esempio di Cristo possono aprire il cristiano alla gratuità del perdono e della nonviolenza insegnata e vissuta da Gesù

Siate felici con chi è nella gioia, piangete con chi piange. E’ il tema della condivisione della vita delle persone: l’amore fraterno si spinge fino alla condivisione di tutti i momenti di vita dei fratelli. Ma perché ci sia vera solidarietà bisogna togliere ogni arrivismo.

Vivete in pace con tutti.

Ritorna il tema della nonviolenza attiva. Lo stile del cristiano supera la vendetta, l’istinto di ricambiare il male ricevuto; persegue invece la pace, anche nelle situazioni più difficili, anche di fronte alla violenza fanatica e gratuita.

Pur volendo difendere il bene comune e le persone innocenti il cristiano cercherà sempre di non lasciarsi vincere dal male, ma di vincere il male con il bene. A volte il perdono gratuito sarà l’unica scelta possibile, sarà la testimonianza da lasciare impressa nella mente e nel cuore delle persone, affidando a Dio l’efficacia di essa.

(tratto da: laparolanellavita.com e corsobiblico.it)