La preghiera, respiro divino

Elizabeth Green

Per stare in ascolto è necessario fare silenzio. In che modo fare silenzio? Liberandoci da tutti i rumori, suoni, parole, che riempiono la nostra vita, chiaramente non quelli che provengono da fuori («altrimenti dovreste uscire dal mondo», come ha scritto l'apostolo Paolo in un altro contesto, 1 Cor. 5,10), bensì quelli che sorgono dal nostro intimo. Perché abbiamo appena staccato il telefono, spento il cellulare, cercato un luogo riparato dai rumori della strada (traffico, serrande che si alzano e si abbassano, grida, sirene, cani che abbaiano, aerei), ci siamo appena seduti e abbiamo chiuso gli occhi pensando finalmente di trovare il silenzio, quando ecco sorgere nella nostra testa un via vai di conversazioni, pensieri e contropensieri, fughe in avanti e fughe indietro, l'orario dei treni (quelli da prendere e quelli no), parole di ogni tipo, la lista della spesa, l'elenco telefonico, i compiti dei figli, la musica del film che abbiamo visto in TV la sera precedente, la trama dello stesso, l'ultima discussione che abbiamo avuto con il nostro partner, quello che ha detto lui (o lei), ciò che gli (o le) avremmo dovuto dire, ciò che gli (o le) diremo un' altra volta, la pratica che ci aspetta in ufficio, ciò che cucineremo questa sera e via! in un flusso inarrestabile. Un caleidoscopio caotico in cui il contenuto del nostro conscio, inconscio e inconscio collettivo si compone e scompone senza fine! Il rumore, abbiamo scoperto è dentro di noi. La domanda si presenta ancora più pressante: come fare silenzio?

La tradizione orientale, la quale attraverso la meditazione ha prestato grande attenzione al silenzio e a come farlo, ci offre un aiuto prezioso. Poiché la mente ha una vita propria e va dove vuole lei, come un cane che annusa ogni odore indiscriminatamente, allora bisogna tenerla occupata a fare qualcos'altro [1]. Varie soluzioni si presentano. La prima consiste nel distrarre (per così dire) la mente dal suo girovagare perpetuo, ancorandola fermamente alla realtà corporea. Ovvero fare sì che l'attività mentale diventi corpo, concentrando la nostra attenzione sulle parti diversi del corpo, i piedi posati per terra, le mani che riposano in grembo, la colonna vertebrale tendendola diritta verso l'alto, i vari muscoli del viso rilassati e così via, visitando ogni parte del nostro corpo, finché la nostra mente agitata si quieti. Ogni volta che la mente comincia a divagare pescando dal suo magazzino inesauribile di parole e di pensieri, ecco che con gentilezza e fermezza riportiamo la nostra attenzione alle sensazioni varie delle diverse parti del corpo in modo che, entrando nelle stanze del corpo, le parole si sciolgano.

La seconda soluzione è quella di sostituire alle parole caotiche della mente un'unica parola o frase breve che va ripetuta mentalmente in modo regolare. Si tratta del famoso mantra, l'uso del quale non è affatto sconosciuto al cristianesimo: anzi, appare nella Preghiera del Nome o Preghiera del cuore della chiesa orientale, «Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me!». Questa preghiera intesa come esempio di quel «pregare incessantemente» che raccomanda l' apostolo Paolo (1 Tess. 5,17) si ispira alla tradizione ortodossa: «Tu sai che nell'uomo la facoltà di articolare le parole si trova nella laringe. Lascia, scacciando ogni pensiero (ci puoi riuscire, se vuoi), che sia proprio questa facoltà a ripetere senza posa: "Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me!" e costringiti a pronunciarlo sempre. Se insisterai a fare questo, ti si aprirà la soglia del cuore» [2]. Per il cattolicesimo, anche il rosario può fungere da mantra, mentre i credenti di formazione protestante probabilmente si troveranno più a loro agio partendo da una lettura del testo biblico per arrivare alla preghiera mediante la meditazione. Spiega De Mello: «Una volta che la mente si ferma su una parte del testo bisogna ripetere la frase più e più volte, lo potete fare mentalmente: non c'è bisogno di pronunciare le parole con le labbra o dirle ad alta voce. Quello che è importante, invece, è che mentre continuate a ripetere le parole riduciate la riflessione sul loro significato al minimo indispensabile. Lasciate ora che, con la loro ripetizione, esse affondino nel vostro cuore e diventino parte di voi stessi» [3].
L'uso come mantra di una parola odi una frase che sorge anche spontanea secondo il bisogno percepito del momento – «Il Signore è il mio pastore: nulla mi manca» (Salmo 23,1), «Se Dio è per nói chi sarà contro di noi» (Rom. 8,31), «Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica» (Fil. 4,13) o più semplicemente «amore», «luce», «pace» – diventa più efficace se combinato con l'andirivieni del nostro respiro. Così possiamo abbinare la prima parte della frase con l'inspirazione e la seconda con l'espirazione, oppure inspirare ripetendo silenziosamente una parola che indica uno stato per noi desiderabile (pace, serenità) ed espirare esprimendo (sempre in silenzio) uno stato di cui vorremmo liberarci (per esempio, ansia, agitazione). In questo modo siamo arrivati al cuore stesso della preghiera, il respiro! Parlando della preghiera cristiana, Henri Bourgeois afferma semplicemente: «Pregare è respirare» [4]. Diventare consapevoli del nostro respiro, quindi, è il terzo modo di calmare la nostra mente e fare silenzio. Tuttavia, è anche importante ciò che succede quando riusciamo a fare silenzio; riusciamo persino ad ascoltare il nostro respiro! Andiamo con ordine.

Prestare attenzione al nostro respiro è relativamente semplice, magari dopo esserci seduti e aver ancorato la mente alla realtà corporea, cominciamo a diventare consapevoli dell' alzarsi e abbassarsi dell'addome. Per aiutarci (e tenere occupata la testa pensante) possiamo anche contare «uno», «due», «tre» dando un numero a ogni inspirazione ed espirazione insieme fino a dieci. Completata la serie di dieci (se perdiamo il conto o la mente divaga si comincia da capo), ricominciamo dall'inizio, finché non cominceremo a sentirci pervadere dalla quiete. A questo punto possiamo spostare la nostra attenzione, concentrandola ora semplicemente sull'aria che entra ed esce dalle narici: «Il meditante si trova in quella nuova e un po' strana condizione che consiste nel percepire soltanto la punta del suo naso e l'area del labbro superiore; si disinteressa di tutto il resto» [5] avvertendo forse solo la differenza di temperatura dell'aria che esce da quella che entra. A un certo punto ci renderemo conto (ma tutto questo è un po' difficile da descrivere con le parole) che non stiamo più concentrando l'attenzione sul respiro, stiamo respirando e basta! È come se (l'uso della metafora è obbligatorio) il respiro fossi io e io fossi il respiro, oppure se si fosse diventati tutt'uno con il silenzio, o ci si trovasse in uno stato di puro ascolto pervaso, o pervasa, da una calma originaria. Questo è uno dei benefici della preghiera silenziosa, benefici che a mano a mano che proseguiamo (giorno dopo giorno) in tale pratica ci trasformeranno In modo duraturo. Liberati dal bagaglio di aspettative, desideri, rimpianti, sensi di colpa, attaccamenti (e chi più ne ha più ne metta), diventiamo più leggeri, in grado di abitare il vuoto, pieni di fiducia radicale. Inteso in questo modo, quindi, pregare è, come vedremo «vivere spiritualmente in condizioni che sono propizie per la manifestazione e lo sviluppo delle possibilità profonde che sono in noi» [6].
A coloro la cui spiritualità è incentrata sulla parola la pratica del sedersi e stare in ascolto senza fare nulla può sembrare davvero strano, eppure qualcuno ha paragonato i suoi effetti a ciò che accade all'acqua torbida quando questa è lasciata a riposare: via via che il sedimento si posa, l'acqua si ripristina diventando chiara, luminosa, trasparente. D'altronde, che tale effetto dipenda semplicemente dall' ascolto del respiro non dovrebbe stupirci se pensiamo alla carica vivificante del respiro secondo le Scritture. Abbiamo già visto, infatti, come nel secondo racconto della creazione nella Genesi, l'essere umano formato dalla polvere della terra diventa «un'anima vivente», perché Dio stesso «gli soffiò nelle narici un alito vitale» (Gen. 2,7). Il nostro stesso respiro, quindi, non è che il soffio divino! Il soffio divino non solo unisce l'essere umano al Creatore, ma lo pone in relazione a tutta la comunità del creato. «Tutti quanti» uomini e bestie «sperano in te», dice il salmista, «perché tu dia loro il cibo a suo tempo [...] Tu nascondi la tua faccia e sono smarriti, tu ritiri il loro fiato e muoiono, ritornano nella loro polvere. Tu mandi il tuo Spirito e sono creati, e tu rinnovi la faccia della terra» (Sal, 104,27-30). Ecco l'immagine di un mondo palpitante del soffio divino, nel quale Dio infonde il proprio respiro, attraverso il quale Dio respira! Nelle Scritture, infatti, la parola ebraica ruach, che è spesso tradotta come spirito significa aria, vento, soffio, respiro. Lungo la storia í teologi hanno sempre cercato di distinguere lo spirito divino da quello umano, ma se pensiamo allo spirito come «il vento [che] soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va» (Giov. 3,8), aria cioè che possiamo respirare, ascoltare, sembra difficile imbrigliarlo attraverso distinzioni di questo genere. Non è possibile, si chiede Moltmann, che ci sia piuttosto una continuità tra il soffio divino e il soffio umano? «Proprio perché lo Spirito di Dio è nell'uomo, lo Spirito dell'uomo si autotrascende in Dio» [7].
La relazione circolare tra il respiro divino e il respiro umano è suggerito anche da Paolo nell'Epistola ai Romani, In un contesto che ricorda il legame che unisce l'umanità al cosmo, l'apostolo scrive: «Allo stesso modo ancora, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede egli stesso per noi con sospiri ineffabili; e colui che esamina i cuori sa quale sia il desiderio dello Spirito, perché egli intercede per i santi secondo il volere di Dio» (Rom. 8,26 s.). Possiamo dire brevemente tre cose a proposito. In primo luogo, vediamo qui, come altrove, come lo Spirito (lo pneuma, di nuovo una parola con significati molteplici, avendo a che fare con il vento, con l'aria, con il respiro) è messo in relazione con la preghiera. In secondo luogo, si parla dell'ignoranza umana in materia, tant'è che sembra che non siamo noi a pregare bensì. lo Spirito, e non certamente con parole ma con sospiri ineffabili, ossia con un respiro profondo e inafferrabile come inafferrabile è l'aria che entra ed esce dal nostro corpo in un movimento circolare dai fuori al dentro e viceversa. In terzo luogo, come abbiamo vie» all'inizio di questo capitolo, l'aria penetra nel profondo del cuore umano, aprendolo all'azione dello spirito-respiro, la quale viene corrisposta da Dio. È come se la preghiera fosse un soffio divino che circola tra Dio e l'essere umano, avvicinando l'uno all'altro, armonizzando l'uno con l'altro. Come se noi respirassimo attraverso Dio e Dio respirasse attraverso noi. Commenta Bourgeois: «Significa che Dio, in qualche modo, è presente in due modi. È davanti a colui o colei che prega [...], ma Dio è anche nell'orante, nelle profondità della sua spiritualità, per orientare dall'interno il suo essere. Ne deriva che la preghiera cristiana è, misteriosamente, Dio che chiama Dio» [8].
È interessante constatare che questo testo di Paolo (Rom. 8,26; N.d.R.) si trova alla fine di un lungo brano che parla del rinnovamento, anzi della redenzione della creazione intera, la quale, intrisa dello stesso Spirito, «geme ed è in travaglio» aspettando la propria liberazione. Così afferma un esponente di un' altra tradizione religiosa: «Se il mondo deve essere rinnovato dall'effusione dello Spirito, la sola cosa necessaria è di fare silenzio in noi e ascoltare quello che lo Spirito può dirci, quando siamo ricettivi, il che vuol dire vuoti d'ogni altra presenza che non sia la sua» [9].

Il legame tra ascolto, silenzio e attenzione al respiro che stiamo esplorando viene anche sottolineato dalla filosofa Luce Irigaray: «Ascoltare l'altro, preservare per lui un tempo di silenzio, significa anche rispettare il suo soffio vitale» [10]. Secondo Irigaray, uno dei problemi che affligge la cultura occidentale è che la parola soprattutto nella sua espressione religiosa (centrale, come abbiamo visto nel cristianesimo) è stata separata dall'ascolto e dal respiro. È proprio questa separazione tra la religione fondata sulla parola, da una parte, e il soffio vitale, dall'altra, a generare una mancanza di rispetto della vita. Nel momento in cui il respiro viene immobilizzato, le pratiche spirituali di tali religioni «diventano rapidamente dogmatiche» [11]. Non solo: le persone che non curano il proprio respiro, anzi che non sanno respirare, non sono nemmeno in grado di ascoltare e parlano in continuazione! Inoltre, via via che si perde la consapevolezza del respiro, l'uso della parola cambia, dalla poesia e dall'inno si passa «ai testi già scritti, ricorrendo spesso all'imperativo» [12], ovvero si assiste a un progressivo irrigidirsi della parola, la quale perde la sua fecondità e diventa mortifera. Non è la parola in sé a essere negativa bensì la parola scorporata dal soffio vitale, come afferma Paolo: «la lettera uccide ma lo Spirito vivifica» (2 Cor. 3,6). Questo ci permette di recuperare l'idea di preghiera non solo come ascolto del respiro, ma anche come ascolto della parola (la quale non è altro che respiro modificato dalla laringe, dal palato, dalle labbra), non solo come silenzio, quindi, ma anche come esclamazione verbale.
Luca ci fornisce un magnifico modello di questo tipo di preghiera all'inizio del suo vangelo, dove ascolto fecondo, presenza dello Spirito e inno di lode s'intrecciano (Lc. 1,26-56). La scena è quella dell' annunciazione a Maria di Nazareth della nascita di Gesù da parte dell'angelo, annunciazione che ha luogo in un contesto particolarmente sensibile al soffio dello spirito [13]. Nonostante le bellissime rappresentazioni pittoriche di questa scena regalateci dalla storia dell'arte, notiamo subito che l'angelo non è mai visibile! La relazione stabilita tra l'angelo e Maria è una relazione puramente dialogica basata (secondo il testo) esclusivamente sulla parola e sull'ascolto. Infatti, se all'inizio della conversazione Maria è turbata dalle parole dell'angelo, alla fine acconsente al loro messaggio – «Mi sia fatto secondo la tua parola» – e questo perché, citato l'esempio di Elisabetta rimasta incinta nonostante si riteneva fosse sterile, «nessuna parola di Dio rimarrà inefficace». Come avverrà il concepimento di Gesù dal momento in cui Maria «non conosce uomo»? Attraverso l'opera dello Spirito, risponde 1' angelo: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà dell'ombra sua» (Lc. 1,35). La parola divina sussurrata nell'orecchio di Maria, accolta con fede, si rivela straordinariamente creativa, feconda: da lì a poco la giovane donna concepirà il bambino annunciato. La fecondità dell'ascolto della parola divina è spesso rappresentata nei quadri antichi da un raggio di luce che penetra nell'orecchio di Maria mediante il quale lei concepirà non una nuova vita bensì la vita nuova.
Non si può parlare a Dio, afferma Ebeling, senza che Dio ci abbia interpellato personalmente, «a costituire la realtà della preghiera è il parlare di Dio all'uomo» [14]. È proprio in risposta alla parola divina portatale sulle ali del vento, sospiratale dolcemente dall'angelo, che lo stesso spirito di Maria irrompe in un inno di lode: «L'anima mia magnifica il Signore, e lo spirito mio esulta in Dio, mio Salvatore» (Lc. 1,46 s.). In questo modo la preghiera non prende il posto del soffio vitale soffocandolo, ma ne diventa il veicolo, cosicché, scrive Irigaray, «restiamo più vicine alle divinità che conservano e coltivano la vita» [15]. Tuttavia, l'inno di lode di Maria non avviene direttamente in risposta all'annuncio dell'angelo ma solo dopo il successivo incontro con Elisabetta. Anche qui, tutto si gioca a livello di parola, di soffio, di aria che si respira, di spirito vitale; come Maria aveva risposto al saluto dell'angelo, così Elisabetta risponde al saluto di Maria: «Appena Elisabetta udì il saluto di Maria, il bambino le balzò nel grembo; ed Elisabetta fu piena di Spirito Santo, e ad alta voce esclamò...» (Lc. 1,41 s.). Ecco ripetuto lo stesso ordine di prima: l'ascolto, la presenza dello Spirito, l'esclamazione. Il fatto viene sottolineato da Elisabetta: «Poiché ecco, non appena la voce del tuo saluto mi è giunta agli orecchi, per la gioia il bambino mi è balzato nel grembo» (Lc. 1,44). Questo spirito che noi vorremmo controllare e ingabbiare circola liberamente nell'aria, è inspirato ed espirato liberamente da tutte le persone coinvolte nel racconto. Il cantico di Maria, quindi, è inserito in una complessa rete di relazioni dialogiche. Poiché, come sottolinea Irigaray, durante la gestazione è la mamma a respirare per il bimbo, in questo episodio il respiro circola liberamente da madre a figlio, da figlio a madre, da Maria a Elisabetta, da Elisabetta a Maria. Infatti, è in risposta alle parole che lo Spirito suscita in Elisabetta, che Maria irrompe in canto.
Concludiamo facendo tre ulteriori osservazioni. In primo luogo, come abbiamo già avuto possibilità di constatare, la parola divina sospirata dall'angelo è una parola creatrice. Essa, accolta da Maria, diventa corpo, un piccolo bambino comincia a crescere nel grembo. L'ascolto si rivela straordinariamente fecondo. Non solo: a sua volta esso stesso produce parole piene di corpo, parole che si riferiscono a situazioni concrete come sono concreti i beni di cui saranno colmati gli affamati. In secondo luogo, oggetto dell'inno di lode intonato da Maria è proprio il Dio sconfinato da lei sperimentato come Colui che aveva guardato «la bassezza della sua serva» per innalzarla. Attraverso di lei, giovane ragazza madre, Dio continua a destabilizzare i confini mortiferi, disperdendo coloro «che erano superbi nei pensieri del loro cuore; ha detronizzato i potenti e ha innalzato gli umili». In terzo luogo, il cantico è un'espressione perfetta di una fede che nella potenza dello spirito divino «nasce dall'ascolto». Non solo il riferimento a Elisabetta, la donna sterile diventata fertile nella vecchiaia evoca la storia di Sara, moglie di Abramo, ma la figura di Maria viene messa in stretta relazione con Abramo stesso, in modo che accanto a lui anche questa giovane donna diventi paradigma della fiducia radicale di cui stiamo parlando.
Non c'è dubbio che le parole della preghiera di Maria nascono sia in risposta alla parola divina pronunciatele dall'angelo sia all'esclamazione ispirata di Elisabetta. Tuttavia, se Maria non si fosse fermata, non si fosse acquietata, non avesse fatto silenzio, non avrebbe mai udito il dolce sussurrare del messaggero divino. Nulla ci vieta di pensare, quindi, che fu anche l'ascolto pieno di attenzione e sollecitudine da parte di Dio a far sorgere in Maria il cantico di lode, come l'ascolto premuroso delle donne faceva scaturire le une nelle altre delle parole nuove. Come insegna questa storia, tutto può accadere se lasciamo lo spirito divino, il soffio vitale che tutto rinnova scorrere tra di noi, se lasciamo che il soffio divino si confonda con il nostro respiro e il nostro respiro muoversi in armonia con il respiro divino. In questo modo l'ascolto silenzioso del respiro diventa esso stesso preghiera e possiamo dire: «Voglio stare in silenzio e scoprire, stupito (o stupita), che tu hai una parola per me» [16].

NOTE

1 Cfr. J.-P. SCHNETZLER, La meditazione buddhista, in: J.-P. SCHNETZLER, H. BOURGEOIS, Meditazione preghiera nel buddhismo e cristianesimo, Assisi, Cittadella, 2001, pp. 60 ss., 100 ss; A. DE MELLO, Sàdhana. Un cammino verso Dio, Milano, Edizioni Paoline, 1991.
2 ANONIMO, Racconti di un pellegrino russo, Milano, Bompiani, 2003, p. 39.
3 A. DE MELLO, Sàdhana cit., p. 177.
4 H. BOURGEOIS, op. cit., p. 126.
5 J.-P. SCHNETZLER, op. cit., p. 76.
6 H. BOURGEOIS, op. cit., p. 127. J. MOLTMANN, Lo spirito della vita, Brescia, Queriniana, 1994, p.
8 H. BOURGEOIS, op. cit., p. 138.
9 J.-P. SCHNETZLER, op. cit., p. 120.
10 L. IRIGARAY, Amo a te, Torino, Bollati Boringhieri, 1993, p. 124.
11 L. IRIGARAY, Tra Oriente e Occidente, Roma, Manifestolibri, 1997, p. 53.
12 L. IRIGARAY, Amo a te cit., p. 125.
13 Anche Luce Irigaray prende questo episodio come modello. Infatti, sia il cattolicesimo sia il protestantesimo riconoscono Maria come esempio dell'ascolto richiesto a ogni seguace di Gesù, uomini e donne. La mia lettura si discosta da quella di Irigaray (e di alcuni autori e autrici cattolici) in quanto credo che a "redimere" la parte femminile dell'umanità non sia stata Maria bensì Gesù, immagine di Dio come le donne.
14 G. EBELING, Dogmatica della fede cristiana, Genova, Marietti, 1990, p. 255.
15 L. IRIGARAY, Tra Oriente e Occidente cit., p. 56.
16 J. ZINK, Come pregare cit., p. 15.

(FONTE: Il Dio sconfinato. Una teologia per donne e uomini, Claudiana 2007, pp. 61-70)

(tratto da: https://www.notedipastoralegiovanile.it, in data 03/09/2021)