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Carlo MolariPer evangelizzare la testimonianza non basta:
servono le ragioni

 

Al termine del Sinodo sulla nuova evangelizzazione, Vatican Insider intervista il teologo Carlo Molari.

Testimonianza ed evangelizzazione. Un nodo irrisolto per dirsi cristiani oggi?
«La testimonianza della vita per se stessa non è sufficiente per la evangelizzazione. La testimonianza può suscitare interesse e domande, ma non induce a vivere la fede se non è accompagnata da spiegazioni e dottrine che consentano di capire le ragioni di un comportamento. Ora le spiegazioni e le dottrine debbono essere formulate in modo da essere comprese e accolte. Spesso invece vengono formulate e proposte con modelli culturali non più praticati e con formule quindi non comprensibili. Se per esempio si parla della condizione perfetta, consapevole e libera dell’umanità primitiva e quindi della morte come la conseguenza del peccato originale non si può essere compresi da chi ha assunto una visione evolutiva della vita. Se si parla dell’azione di Dio come se Egli potesse supplire e completare le creature non si può essere compresi da chi considera la creazione e la storia intessuta solo di trame create e quindi interpreta anche gli eventi miracolosi come espressione delle forze naturali (ciò non esclude l’azione creatrice divina, che fa essere le cose e rende possibile la loro attività, ma non le sostituisce mai)».
Sinodi, incontri, anniversari. Ma il cristiano oggi come testimonia la sua fede nel mondo?
«Praticando la giustizia, esercitando la misericordia, diffondendo la fraternità e la condivisione dei beni. Della terra. Mostrando cioè che affidandosi a Dio è possibile far fiorire forme inedite di umanità».

Perché si parla di nuova evangelizzazione? Mutano le modalità ma il messaggio di liberazione e salvezza travalica i tempi.
«È vero che il messaggio di salvezza travalica i tempi, ma appunto per questo non può rimanere identico nella sua formulazione, per due ragioni. La prima perché la salvezza assume fisionomie diverse lungo i secoli pur rimanendo protesa costantemente ad un compimento futuro che però non è descrivibile perché ancora ignoto. Quando esisteva la schiavitù nella storia proclamare salvezza implicava l’annuncio di suo superamento. La seconda ragione dipende dai cambiamenti nelle immagini di Dio che si succedono nello sviluppo della cultura, nell’interpretazione dell’uomo e del valore della esistenza storica, poiché da secoli vi erano state resistenze nella Chiesa cattolica ad accogliere i cambiamenti culturali, dopo il Vaticano II l’urgenza di una nuova Evangelizzazione si è avvertita in molti ambienti. Alcune soluzioni proposte, come il Catechismo della Chiesa cattolica non sono state sufficienti, perché è mancata la seconda tappa: l’adeguamento alle diverse culture». 


Una chiesa più povera e umile potrà essere più credibile nella proposta evangelica?

«Certamente questo è un aspetto necessario. Al tempo del Concilio un gruppo di Vescovi l’aveva avvertito come scelta prioritaria, ma la maggioranza si è accontentato di alcune formule introdotte nei testi, ma l’evento conciliare non ha assunto questo suggerimento. Il Concilio ha scritto: “Come Cristo ha compiuto l’opera della redenzione nella povertà e nella persecuzione, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via, per comunicare agli uomini i frutti della salvezza” (LG, 8 § 3). Certamente è esatta la riflessione per gli sviluppi della vita ecclesiale postconciliare. Inoltre è vero che il Concilio non ha messo in luce “il destino di persecuzione per il fatto di difendere i poveri”.
Jon Sobrino ricorda a questo proposito la Santa Messa celebrata nelle Catacombe di Domitilla alla fine del Concilio da una quarantina di Padri conciliari che poi firmarono il “patto delle catacombe: una chiesa serva e povera”. In tredici punti essi si impegnavano a vivere “in povertà e senza potere”. (Sobrino J., La ‘Chiesa dei poveri’ non ha avuto sviluppo al Vaticano II, in Concilium, 3/2012 A cinquant’anni dall’inizio del Vaticano II, pp. 94-106».
(Luca Rolandi, Vatican Insider, 28/01/2012).