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5 Una ricerca di senso… mai senza l’altro.
Nella vita spirituale – come si è detto – c’è una ricerca di senso e questo dato resta innegabile, anche se oggi c’è chi asserisce che nella società della tecnica si possa fare a meno di tale ricerca. Certamente la ricerca di senso è minacciata in una società segnata da un comportamento sociale e da una cultura individualista, perché il senso non è dato in sé ma è dato nell’intersecarsi delle relazioni tra il soggetto e gli altri, tra il soggetto e la realtà, tra il soggetto e un fine intravisto. Affinché emerga il senso è necessario che ci siano legami, relazioni, affetti, scopi e fini, perché solo così ci possono essere orientamenti, solo così ci si può situare. Il senso nasce dalle relazioni, nasce – oserei dire – dalla comunione, dalla comunicazione, mentre l’individualismo significa non-legami, non-luoghi, disorientamenti, autoreferenzialità: l’individualismo compromette la ricerca di senso.
Per questo la vita spirituale è a servizio della persona, non di un individualismo centrato su se stesso. Ogni uomo, ogni donna è un soggetto singolare, unico, ma sempre un soggetto di relazione in mezzo agli altri e con gli altri. Ognuno di noi è persona, cioè un soggetto che risuona – secondo la suggestiva etimologia che fa derivare questo termine dal verbo per-sonare – per l’altro, e ognuno di noi può raggiungere il proprio sviluppo e realizzare la propria crescita nella relazione con gli altri: genitori, fratelli e sorelle, amici, educatori, compagni, figli… Non c’è pertanto spiritualità autentica fondata solo sulla preoccupazione di sé, sulla cura di sé, perché l’altro, gli altri devono trovare spazio, collocazione e relazione nella mia vita. Ognuno ha bisogno dell’altro e l’altro è sempre ciò che mi manca: mai senza l’altro, perché dell’altro ho bisogno per essere me stesso. «È la reciprocità instaurata», dice Paul Ricoeur, «che istituisce l’altro come mio simile e istituisce me stesso come simile dell’altro».
Dunque ricerca di senso, ricerca del bene, ricerca della felicità sempre presenti in ogni itinerario spirituale non possono consistere soltanto nella cura e nella realizzazione di se stessi: una vita spirituale vissuta individualmente, in modo intimistico non può aiutare l’umanizzazione! Solo chi si sente in relazione con gli altri, chi cerca la comunione con gli altri, chi non si vergogna di chiamare tutti fratelli è capace di percorrere con fecondità il cammino spirituale, che è sempre un cammino umano, cioè di un uomo appartenente all’umanità, di un uomo che è sempre fratello di un altro uomo. Se uno volesse fare un cammino spirituale fuggendo gli altri, o addirittura disprezzando gli altri, sarebbe condannato a un autismo psicologico in cui non c’è spazio né per la creatività né per una vera crescita umana…
«Nessun uomo è un’isola» questa lapidaria affermazione di John Donne ha potuto significativamente essere usata da un monaco solitario come Thomas Merton come titolo per le sue riflessioni autobiografiche.