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(Marco 1,15)

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10. Un cammino di sequela
Più che una tappa la sequela è un impegno da rinnovare quotidianamente. Un cristiano lucido sa che la sua vita spirituale è quella di chi comincia a essere discepolo anche alla fine della sua vita, anche di fronte al dono supremo della vita per Cristo nel martirio, come ben esprimeva Ignazio di Antiochia: «Ora comincio a essere discepolo» (Lettera ai Romani V,3).
Oggi siamo molto sensibili al tema della sequela, parola fino a pochi anni fa assente dal nostro vocabolario: si parlava di imitazione di Gesù Cristo, di conformità a lui, oppure di ascesi come disciplina necessaria per diventare simili a Cristo. Seguire Gesù è linguaggio simbolico per dire che si vuole essere sempre suoi discepoli, che si vuole aderire a lui e andare ovunque lui vada (cf. Ap 14,4), che si seguono le sue tracce (cf. Pt 2,21), che si corre per afferrare Cristo, essendo stati da lui afferrati (cf. Fil 3,12). È un cammino complesso che appare semplice, anche se faticoso, quando si tenga lo sguardo fisso su Gesù (cf. Eb 12,2) e con attenzione e vigilanza lo si segua pienamente coinvolti nella sua vicenda. È inoltre un cammino che richiede di avere fede nelle realtà invisibili, quelle che sono eterne e non passano, senza accontentarsi di quelle visibili (cf. 2Cor 4,18): il cristiano, come Mosè, riesce a stare saldo se discerne le realtà invisibili che gli stanno davanti come promessa (cf. Eb 11,27).
Ma in questo abbozzo della vita spirituale mi sembra cosa buona almeno elencare quattro concretizzazioni della sequela di Gesù, o meglio quattro atteggiamenti di Gesù Cristo che devono assolutamente essere vissuti dal cristiano nella propria vita:
- Gesù viveva di fede, in ascolto della Parola di Dio;
- Gesù è vissuto impegnandosi nella lotta contro le tentazioni, dunque contro Satana, il demonio;
- Gesù è passato in mezzo a noi «facendo il bene» (At 10,38) quale servo del Signore e servo dei suoi fratelli;
- Gesù è entrato nella passione e nella morte a causa del suo amore per Dio e per gli
uomini.
Conclusione: vita spirituale, arte del vivere, arte dell’amare
A conclusione di questo invito alla vita spirituale resta la domanda: è un cammino di ascesa o di discesa? Ascesa verso l’alto o discesa nelle profondità dell’uomo? Io credo che sia insieme un salire e un discendere: salire verso ciò che è oltre noi stessi, avvicinarsi sempre di più a Dio il quale è talmente Altro, Santo che noi lo diciamo «nei cieli», anzi «nell’alto dei cieli»; discendere scalini sempre più profondi, che si immergono nelle nostre profondità umane. Non a caso quando Benedetto nella sua Regola propone i vari «gradini» della vita spirituale, mette all’ultimo posto, quale ultima tappa, l’identificazione con publicanus ille, «quel peccatore» manifesto del vangelo che in fondo al tempio dice: «O Dio, abbi misericordia di me» (Lc 18,13; cf. RB VII,62-66).
In ogni caso, questo cammino è autentico e dunque fecondo se fa crescere nel cuore l’amore: solo se ordina, fa crescere, purifica l’amore, è un cammino di vita interiore e spirituale. Perché l’amore è nel cuore di ogni uomo come una forza che va sprigionata: l’essere umano è creato a immagine di Dio e ristabilire l’immagine in noi significa praticare l’arte dell’amore. L’amore basta all’amore, l’amore che è il télos di ogni pensiero e di ogni azione umana, l’amore che non finisce mai perché per sua natura è teso all’eternità, al «per sempre»… Io resto convinto e attingo dalla mia esperienza che ogni uomo, credente o no, cristiano o no, se risponde al desiderio profondo che lo abita sente di dover praticare l’arte dell’amore: poi magari non ci riesce, trova contraddizioni in se stesso, negli altri e nelle vicende della vita, ma sa che la felicità, la riuscita, il «salvare la vita» dipende dall’amore dato e ricevuto.

Faticosa per tutti l’arte dell’amore: il cristiano, che conosce che «Dio è amore» (1Gv 4,8.16), secondo la definizione ultima e non oltrepassabile del Nuovo Testamento, sa che la ricerca di Dio è una ricerca dell’amore e che un amore sempre preveniente lo cerca e lo definisce «amato», sì amato, sempre amato, prima addirittura di venire al mondo. E quando uno nella fede fa questa esperienza di amore passivo su di sé, quando si sente amato da Dio – e magari non è stato amato bene dai propri genitori –, allora si sente abilitato a diventare una persona che ama e quindi ama l’altro, gli altri. Chi ama ha conosciuto l’amore di Dio su di sé, ha conosciuto che Dio è amore e quindi, secondo le parole dell’apostolo Giovanni, «crede all’amore» (cf. 1Gv 4,16). Coltivare la vita interiore significa radicarsi sempre di più nell’amore, imparare ad amare, conoscere l’amore.
I credenti poi conoscono Dio come un Dio «misericordioso e compassionevole» (Es 34,6), un Dio che ha com-passione, che con-soffre con gli uomini, che nella sua grande  misericordia perdona. Ci sono uomini che hanno percorso il cammino della vita spirituale fino a poter dire che anche all’inferno avrebbero cantato la misericordia del Signore: «Misericordias Domini in aeternum cantabo» (Sal 88 [89],2), etiam in inferis… Amore, respiro di Dio, soffio di Dio e dunque respiro e soffio dell’uomo…
Per tutti va ribadita la dichiarazione di Giovanni: «Dio nessuno l’ha mai visto» (Gv 1,18; cf. 1Gv 4,12): per i cristiani c’è Gesù, il Figlio, che ne ha fatto il racconto (exeghésato: Gv 1,18); per i non cristiani, se si amano reciprocamente, se vivono l’amore autentico, allora Dio abita in loro e l’amore di Dio si compie anche in loro (cf. 1Gv 4,12).